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La luce e le strane presenze

Rinchiusi come uccelli in una gabbia, alcune persone vivono in una casa con le tapparelle abbassate per non far entrare il benché minimo raggio di luce. Là fuori per strada si aggirano strane presenze che nessuno è mai riuscito a raccontare.

È nella luce che esse si manifestano alle persone, le attirano a sé sotto forma di voci o con spostamento di aria. Hanno seminato il panico tra la gente provocando suicidi di massa senza alcun motivo. Tutti hanno paura e chi si salva è davvero fortunato.

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Uno dopo l’altro, i sopravvissuti vengono uccisi, tranne Malorie (Sandra Bullock) e Tom (Trevante Rhodes). Con loro c’è il figlio della donna e la figlia di una delle vittime . Non hanno un nome: si chiamano bambino e bambina.

Non ha un gran senso materno Malorie, ma questa assurda avventura glielo farà scoprire. Quando anche Tom viene ucciso da questi fenomeni, Malorie deve fare in modo di mettersi in salvo coi bambini.
Naviga un fiume per circa quaranta giorni, indossando una benda durante il giorno.

I bambini sono spaventati ma l’aiutano. Insieme a loro, vi è una gabbia con tre uccellini. Impossibilitati a volare, loro a vedere il mondo. Gli uccelli sono indispensabili per la loro sopravvivenza, è attraverso il loro comportamento che la donna avverte il pericolo.

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Questi fenomeni sono infatti in grado di comunicare attraverso i pazzi e gli animali, istintivi per natura. In due ore di film concitato, con una Sandra Bullock che somiglia più a Lara Croft del videogioco. Tra cespugli di felce e rami tagliati, nell’acqua gelida e con la terra sotto le unghie, i tre giungono finalmente ad una casa.

 

La scuola per non vedenti

È la scuola per non vedenti, che separa la realtà cruenta fuori le sue mura: nel suo interno, un giardino rigoglioso di piante e fiori, uccelli fragorosi con il loro canto e tanti bambini che giocano tra loro.

Tutti lì sono non vedenti, tranne poche persone. È lì che Malorie ritrova la sua ginecologa ed è a lei che presenta i suoi figli, li sente entrambi suoi finalmente. Gli ha dato anche il nome: la piccola si chiama Olimpia come la donna che l’ha messa al mondo e a suo figlio ha dato il nome di Tom come il suo compagno.

La corsa è ormai finita, sembra di stare in un’altra dimensione, come se nessuno sappia cosa c’è veramente là fuori. O forse non è importante. Malorie lo ha capito ora e si rasserena.

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La metafora della luce e del buio

Il film è davvero avvincente grazie anche agli attori di un certo spessore (John Malkovich) e non si limita solo ad un’avventura piena di suspence ma cela riflessioni interessanti.

La metafora della luce e del buio, vagamente similare alla natura epistemologica del mito della caverna di Platone, già ampiamente utilizzata in diverse serie televisive e in pellicole cinematografiche; il riferimento pseudo-apocalittico della storia per cui non vi è speranza di vita oltre il buio, che il mondo stia morendo e che tutto ormai sia inutile.

Tom lo sa ma mantiene viva la speranza dei bambini raccontando loro favole piene di bambini che si arrampicano sugli alberi da cui vedere tutto il mondo dall’alto, di gioia e di luce, di fiori e profumi, di un mondo davvero possibile e vivibile.

È questa la riflessione, la scuola dei non vedenti che diventa il luogo dove si impara a guardare con gli altri sensi, con un apparato non proprio sensoriale fatto di speranza e di fiducia.

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Quella stessa fiducia che invece mancò ad Orfeo nel celebre mito. La sua sposa Euridice, morsa da una serpente, fu condotta negli inferi e fu richiesta subito indietro da Orfeo. Con la sua lira commosse il dio della morte a lasciare la giovane Euridice a patto che, nel tragitto, non si voltasse a guardarla. Ma proprio sull’uscio dalla morte alla vita, egli si voltò e Euridice si dissolse come l’aria.

Perché è negli occhi che si accede all’anima, alla bolla interiore di ciascuno di noi, il filtro che separa il dentro e il fuori, il davanti e il dietro (come nella benda che copre gli occhi dei protagonisti e a volte anche la nostra visuale).

Il trauma che lo attraversa e che tenta di uscire fuori quando fuori c’è già, è il segno di ciò che la cultura comunica in questo senso: indurre al suicidio come unica soluzione al dolore di ciascuno di noi, attraverso le voci e la luce che rapisce e ipnotizza senza possibilità di difesa.

Occhi liquidi che diventano vitrei e fissi, con una coscienza congelata, il comportamento è quello tipico di un automa di un robot di una società che tende a patologizzare senza la restituzione di una soluzione, di una salvezza e di una speranza.

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