Black Mirror

Oltre ogni umana aspettativa.

Black Mirror ovvero specchio nero, schermo nero. Si intende quello del computer, del cellulare o di qualsiasi diavoleria informatica di cui non possiamo fare a meno oggi nelle nostre vite.

Black Mirror racconta di sofisticate strumentazioni tecnologiche programmate per fare tutto: vivere realtà parallele, controllare le vite, filtrare le emozioni, registrare la memoria, trovare la compatibilità perfetta nella relazione tra due persone, trasferire le conoscenze e le coscienze, amplificare le sensazioni. Tutto attraverso complicati algoritmi e tutto per semplificare la quotidianità, oltre ogni umana aspettativa.  Ma è davvero così?

È attraverso questi astrusi sistemi tecnologici che si compiono scoperte in campo scientifico, interpersonale o individuale?

Nel mondo immaginario di Black Mirror si sacrifica il libero arbitrio, la possibilità di scegliere autonomamente in nome di una reale libertà di essere se stessi.

In Black Mirror la rete è una fuga dalla realtà insoddisfacente

Lo sa bene Robert Dayle (episodio: USS Callister) direttore tecnico della Callister, azienda informatica che produce il videogioco Infinity, la cui forma offline costituisce per lui una vera second life dove essere ciò che non è. La Rete come fuga, analgesico e ansiolitico, che sostituisce il nostro modo di essere qualcosa che ci realizza appieno. L’alter ego, l’avatar del virtuale in cui Robert può finalmente essere il capitano della navicella spaziale che lui stesso ha creato e rendere schiavi e subalterni quei colleghi che nella vita reale lo umiliano e se ne beffano.

Quando una nuova collega viene assunta in azienda, Robert furtivamente ne ruba l’identità genetica per inserirla nel database del gioco e manovrarla come pedina a suo piacimento. Robert può diventare “il dio sadico” dove tutti sono cloni digitali che non possono sfuggire a quella realtà. Solo lui è l’artefice, il motore, colui che crea e distrugge, che trasforma persone in mostri e decide gli eventi.

Il primo episodio immette proprio nella realtà della nuova stagione di Black Mirror: la tecnologia è davvero in grado di alterare la realtà in modo perverso, seguendo l’artifizio scientifico che nessun altro può alterare. C’è solo una via di fuga, che può metterli in connessione con la realtà esterna concreta. Spegnere lo schermo, game over. Ma ciò sarebbe solo una frustrazione ulteriore e la Rete ha davvero molti usi.

Per evadere dal gioco di Robert è indispensabile entrare on line a contatto con milioni di utenti, uscire dal microcosmo soffocante della virtualità. Tornare da dove si è venuti, ripercorrere all’indietro la caduta di Alice dal Paese delle Meraviglie là sulla barca sul Tamigi.

Solo così i membri dell’equipaggio si salvano mentre il loro aguzzino naufraga risucchiato nell’etere.

Altri temi di Black Mirror: il controllo e la colpa

Il controllo è una tematica frequente che permette di pianificare senza rischi ed errori le proprie azioni. Per esmpio abbiamo una madre che inserisce un microchip nella figlia affinché non si perda e le filtra la visione di scene che potrebbero causarle uno shock emotivo (episodio: Arkangel). Oppure l’innalzamento del cortisolo che attiva un ipad consente alla madre di monitorare la bambina poi diventata adolescente al punto da limitarle la libertà.

Una madre che non tollera le esperienze negative della figlia fino a consultare uno psicologo che le spieghi il motivo di tanta riottosità. È necessario che spenga il monitor, che si liberi dello strumento di controllo, ma ciò significherebbe mollare la presa. Come può una madre difendere una figlia dai pericoli? Comporterebbe ansia e frustrazione e lei non è in grado di gestirle. Purtroppo sua figlia nemmeno, tanto da tentare di ucciderla, esasperata da tutto.

O ancora, Mia, importante architetto con un passato traumatico alle spalle (aver favorito il suo ex compagno a disfarsi di un cadavere) non riesce a sostenere il peso del senso di colpa quando il suo ex torna per rielaborare il fatto.

Si macchia, così, di una serie di omicidi di persone che possono incastrarla, rendendo pubblico il contenuto della sua memoria, registrata da un macchinario, fino a restare schiacciata dalla sua stessa coscienza (episodio: Crocodile).

Black Mirror, ovvero la caverna di Platone

In Black Mirror il controllo passa anche e soprattutto nella strutturazione delle relazioni interpersonali.

“Doveva essere pazzesco prima del sistema: le persone dovevano scegliere da sole un ipotetico partner, non avevano nessun aiuto (…) le cose potevano anche finire male  e se si stancavano dovevano trovare il modo di lasciarsi, come si fa a lasciare una persona?(…) invece ora è tutto pianificato, io credo che sia molto più semplice in questo modo” (episodio: Hang the DJ).

L’assenza di coinvolgimento emotivo e soprattutto di responsabilità della scelta e della relazione stessa mantiene le due persone in un bozzolo chiuso e protetto. Emy e Frank sono cavie di una sperimentazione digitale che li ha immessi in un sistema di organizzazione di incontri a cui non è possibile sfuggire. Sanno di piacersi già dalla fine del primo incontro ma sono costretti a dover conoscere altre persone per un tempo prestabilito.

Sperimentano emozioni contrastanti nell’incontro con le varie persone, non hanno diritto di scelta se non quella di sperare che il gioco finisca.

Quando il sistema concede loro un’altra possibilità di incontro, promettono di viversela a pieno, senza condizionamenti. Ma Frank non ci riesce e cede alla tentazione di controllare quanto tempo sia rimasto loro, con tutti i rischi legati alla sua scelta. La loro fuga è chiaramente ostacolata dal sistema.

La scalata sul muro che separa la realtà virtuale da quella reale ricorda in maniera molto limpida l’uscita dalla caverna di Platone. Nel mondo della caverna, infatti, la conoscenza è prodotta e distribuita in maniera monologica e autoritaria, da persone invisibili ai prigionieri, che proiettano sulla parete immagini che danno una impressione di realtà, e che creano una cultura comune.

I prigionieri-spettatori sono incatenati e passivi, e vivono immersi in uno spazio pubblico circoscritto, nel quale la realtà viene creata dalla persuasione occulta di una minoranza, l’allegoria della nostra realtà e del nostro vivere online. Se uno schiavo riuscisse a scappare, dice Platone, inizialmente sarebbe accecato dalla luce del sole, ma poi finalmente riuscirebbe a vedere chiaramente la verità, di cui le ombre sono solo una pallida copia. Se poi volesse tornare nella caverna per rivelare agli altri schiavi la verità, non sarebbe creduto ed anzi verrebbe ucciso[1].

E’ ciò che accade alla giovane collega di Robert e alla scelta comune di Emy e Frank, quando cercano l’uscita d’emergenza dal mondo virtuale.

 La disillusione del virtuale

Non è facile specie quando la tecnologia dovrebbe aiutare a semplificare la vita ed invece la complica. Quando dovrebbe essere di aiuto nel campo scientifico ed invece ne amplifica solo le qualità negative. Quando anziché essere un’appendice narcisistica ne diventa  addirittura il mandante della morte del suo creatore.

L’episodio n.5 ne è la dimostrazione. Diverso dagli altri per l’ambientazione futuristica e in pellicola in bianco e nero, racconta la fuga agghiacciante di una donna da un robot omicida. Robot antropomorfizzati in cui si riversano coscienze, conoscenze e sentimenti e che invece in questo caso raccoglie tutto lo scibile umano della malvagità e del sadismo, oltre ogni umana aspettativa insomma.

La trama non è chiara e c’è poco su cui riflettere. Il male è personificato nelle fattezze di cane robotizzato col muso di cimice che si moltiplica dopo la sua distruzione, portando alla morte la protagonista. Non è forse che tutta questa tecnologia impazzita ci sta uccidendo? Sicuramente ci sta alterando e sta portando tutti verso un punto di non ritorno.

L’iper-reale di Black Mirror come fuga dall’umano

È un po’ come il mito dell’immortalità di Eos e Titone, quando ci si oppone alla finitudine della vita umana e si tenta il tutto e per tutto per trascenderla. Pur con pessimi risultati.

Titone diventa immortale ma attraversa la vecchiaia corporea. Oggi la biotecnologia  diventa perciò iper-reale come sostiene il filosofo francese Baudrillard. La tecnologia non si oppone al reale ma lo porta ad un massimale esponenziale, l’eccesso di realtà di cui lui parla e che lascia più sconcertati della mancanza di reale[2].  Non c’è più spazio per una realtà che invece avrebbe potuto essere immaginata o pensata altrimenti. Oggi il mondo ha superato il reale, oltre ogni nostra speranza, lontani dalla nostra capacità e consapevolezza di essere limitati e finiti.

Dal finito all’illimitato

Il mito dell’immortalità è diventato sempre meno mito e sempre più reale grazie ai ritrovati scientifici della biotecnologia e della tecnologia informatica dei sistemi, che aprono ad una nuova concezione della vita umana che non trascende più la finitudine biologica ma tenta di rendere eterna ed immutabile tutto ciò che non è passibile di trasmutazione.

Oltre il corpo dunque, anche i robot e i software possono avere delle emozioni, contenitori di coscienze e di sentimenti, capaci di sostituire in tutto e per tutto la condizione umana.

Francesca Orlando

[1] Parsi M.R., Cantelmi T., Orlando F., L’immaginario prigioniero, Mondadori, 2009, p. 137

[2] Baudrillard J., (1995) 1996, Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Raffaello Cortina Editore, Milano.

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