Bojack Horseman

Alla ricerca del non senso della vita.

Siamo a Hollywood. Gli umani e una serie variopinta di animali antropomorfi occupano la scena. Il protagonista, Bojack Horseman, è un cavallo con caratteristiche umane. Niente a che vedere con le antiche figure mitologiche né con gli animali parlanti delle tradizione fiabesca. La faccenda è complicata.

Un corpo metà animale e metà umano: posizione eretta, linguaggio, una istintività da gestire, un pensiero che ondeggia tra l’aggressività, il pessimismo profondo, il cinismo. Scarsissima empatia. Tra gli animali antropomorfi e l’uomo, comunque, non si nota alcuna differenza.

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Anche nella sessualità sfrenata, che si consuma tra umani e animali antropomorfi ( il tutto attutito nel suo orrore dal disegno animato), non si registra quella differenza profonda tra l’affettività umana e quella animale.
Siamo in piena ibridazione transumana, post umana? Forse la serie animata non presta il fianco a elucubrazioni così sofisticate.

Come inizia la storia.
Il nostro protagonista, Bojack, è stato un’indiscussa star di una popolare sit com degli anni ’90, Horsin’Arround. Nel presente la sua popolarità è in declino. La sua agente, nonché fidanzata, Princess Carolyn, ( gatta-donna), ritiene che una autobiografia best seller potrebbe riportare il personaggio in auge.

Ma visto che Bojack non riesce a combinare nulla, la scrittura del libro viene affidata a un ghost-writer, Diane Nguyen, una giovane umana talentuosa. Sul personaggio di Diane, si nutrono all’inizio delle speranze, almeno quella di uscire da questa dimensione claustrofobica e inconcludente. Ma Diane, dopo il divorzio con Mr. Peanutbutter, il cane –uomo, se qualcosa di più umano mostra è una profonda , inconsolabile depressione. E sgorgano copiose, anzi copiosissime lacrime.

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La serie di animazione ha qualche pretesa di far satira sul mito hollywoodiano delle celebrità. Ma non si ferma qui. Perché nei dialoghi dei protagonisti, quelli di Bojack in particolare, ci sono continui riferimenti a quello che alla fine potrebbe essere il senso della vita.

Il non senso della vita
Cosa vuole Bojack, e con lui gli altri personaggi secondari? Vuole essere amato, apprezzato, interpretare la storia del suo idolo, il cavallo da corsa Secretariet. E riesce ad ottenere tutto, ma poi è felice?
Sembra di no.

La critica, che esalta la serie Bojack Horseman, concorda nel ribadire che il personaggio non vuole incitare alla disperazione o alla depressione, piuttosto ad accettare la vita per quello che è.
“Non siamo spacciati, nel grande scenario della vita, siamo solo dei granellini che un giorno verranno dimenticati. Non importa cosa abbiamo fatto in passato o come verremo ricordati, quello che importa è il presente. Questo momento. Quest’unico momento spettacolare che stiamo condividendo”.

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Nella prospettiva umanista, tanto cara al nostro sito, va sottolineato il fatto che l’assenza di una differenza ontologica tra uomo e animale nega la possibilità che ci siano soluzioni squisitamente umane alla depressione e al non senso. Con il risultato che in Bojack Horseman il dramma prevale sulla commedia.

Bojack Horseman è una serie che fa tendenza tra un pubblico di spettatori che va dai 18 ai 35 anni. Empatizzare con quella che è una parabola discendente nella depressione, nell’abuso di alcool e droga e infine nell’autodistruzione può significare solo una cosa, che si aderisce intimamente a quanto dice Mr Peanutbutter :
L’Universo è solo un vuoto crudele e indifferente, la chiave per la felicità non è trovare un significato, ma tenersi occupati con stronzate varie fino a quando è il momento di tirare le cuoia”.

Niente radici, né identità, né speranza che la vita sia qualcos’altro. Come riempire un senso di vuoto così profondo se non godendo di tutto ciò che l’istante può offrirci?

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