Dirty John

Dirty John: UNA STORIA TRA IL REALE E IL SERIALE

di Simona Santoro

L’incipit della maggior parte delle sceneggiature presenta una serie di battute in voice over che danno la chiave di lettura dell’intera trama insieme a brevissimi flash back ad alto impatto emotivo.

La serie tv Dirty John lascia sgomenti non tanto per le scene inquietanti e violente che si possono presumere, a partire dal titolo nei confronti dell’indifeso mondo femminile, quanto per la pronta propensione della donna sempre predi-sposta a fidarsi con troppa fretta e puntualmente e-sposta a rischiare la propria vita.

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In Dirty John, c’è un prima e c’è un dopo: i 97 minuti delle prime due puntate non fanno temere il peggio per Debra, interpretata dalla superba attrice statunitense Connie Britton, una donna affermata, madre di tre figli, moglie di quattro matrimoni falliti, libera professionista di interior designer, che procede la sua corsa a testa alta come tutte le donne della contemporaneità.

Debra stessa crede in una vita realizzata: «Io credo nei sogni…sogni in cui puoi vivere. Se progetti lo spazio dove avverrà la storia, puoi controllarli entrambi, puoi creare stanze di cose bellissime dove avvengono solo cose positive: mattinate tranquille, feste eleganti, cene romantiche, amore…se progetti una vita bellissima, non può accadere niente di brutto».

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Sono parole pronunciate dalla voice over all’inizio della prima puntata e sono passaggi che rivelano la tenacia di Debra e la sua personalità femminile che cura ogni aspetto della vita.

 

Da una vita solare a un dramma senza ritorno

Ma che cosa infrange l’apparente vita serena di Debra? Che cosa turba la sua esistenza di donna affermata e realizzata? Non di certo la sua capacità di affermarsi nel campo professionale, né tantomeno l’arrivo di John, interpretato da Eric Bana, quanto la sua solitudine.

Il tentativo di cercare una stabilità affettiva la espone a possibili rischi, i brevi flash back che accennano ad alcuni incontri con il potenziale partner risultano fallimentari sin dalle prime battute, in quanto Debra si rivela una donna dalla personalità di un certo spessore.

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Ogni appuntamento con Debra diventa motivo di mettere in vista il limite dello sconosciuto di turno, Debra percepisce questa distanza e si decide per una possibile vicinanza con l’obiettivo di andare oltre quella sensazione insensata di incompletezza.

La sua esistenza non può soggiacere alla solitudine, il suo essere indifesa va risolto insieme alla sua fragilità femminile, ma prima di tutto ha bisogno di difendersi da se stessa, da quel suo sentirsi “a metà”, la solitudine la rende vulnerabile.

Eppure non si accorge di avere una vita privata e sociale piena di significato e che tutti invidiano. Ha tutte le carte in regola per non sentirsi una donna “mancata”, ma una donna “moltiplicata”, è da questo punto debole che deve anzitutto difendersi, perché non si accorge che tutti approfittano di lei.

L’interesse degli altri verso Debra e verso il genio femminile ha un secondo fine, il suo punto debole diventa il punto di forza di John che completa la sua farsa a partire dalla terza puntata.

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Sul più bello, John toglie la maschera e rivela il suo passato misterioso e intricante di stalker, di truffatore, di mobber e di tutta una serie di forme maniacali che hanno distrutto altre donne e intere famiglie.

Anche Debra vive lo stesso dramma: deve cambiare look, casa, macchina, deve far perdere le sue tracce, ma non è tutto anche i figli sono minacciati, Veronica (Juno Temple) e in particolare Terra (Julia Garner), la figlia più piccola che rischia di perdere la vita in uno scontro violento che lascia lo spettatore in suspense fino al colpo di scena, dove John è ucciso dalla ragazza segnata a vita da una colpa non cercata.

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Il femminicidio: una minaccia dietro l’angolo

Il genere seriale che sviluppa il tema del femminicidio, è una narrazione eccessiva rispetto a quanto accade nella realtà o realtà e immaginario si fondono in un unico dramma ancora irrisolto per infiniti casi?

La manifestazione ossessiva dell’istinto maschile, verso la donna e altre categorie fragili, lascia esterrefatti e senza fiato, uno stereotipo noto alle principali majors cinematografiche pronte a produrre nuove stagioni inedite su un argomento scottante che è oggetto di cronaca quotidiana nella vita reale e di significativi share nella vita seriale.

In Dirty John, il rapporto tra vita e serie tv è così interdipendente da fondersi in un unico plot narrativo dove la realtà e l’immaginario non si distinguono perché navigano sulla stessa lunghezza d’onda. Se nella serie tv il regista può decidere di risolvere il caso con una narrazione a lieto fine, la realtà racconta vite spezzate.

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Il bello di Dirty John non può essere oscurato da una vita a puntate che lotta 24 ore su 24 senza tregua.

La trama di Dirty John consegna una verità tutta al femminile che va detta ed esattamente: dietro l’affermazione di una donna c’è una fatica moltiplicata in modo esponenziale che, certamente non è conosciuta nei vissuti del genere maschile, da sempre favorito nella maratona della sua affermazione come persona. Dietro un grande uomo, c’è una grande donna, una grande mamma, una grande moglie.

E chi c’è dietro John? Dietro John c’è un’assenza femminile, dietro il suo fare a pugni con l’esistenza c’è un’infanzia difficile e un padre autoritario che trasmette l’inesistenza, dietro il suo celato atteggiamento misogino, ci sono tutte quelle altre forme di violenza e di disprezzo verso le donne e la vita in generale che uccidono lo stesso John segnato da vissuti indelebili e senza ritorno.

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