Good girls revolt

 

Good girls revolt: le brave ragazze ci mettono la firma!

di Priscilla Muro

 

Ambientata nella redazione della rivista “News of the week” e ispirata ad eventi reali, Good girls revolt è una serie tv targata Amazon Prime che racconta i grandi cambiamenti avvenuti nella società americana alla fine degli anni ’60. All’interno delle atmosfere della contestazione giovanile, del femminismo e della repressione, un gruppo di giovani ricercatrici si batte per firmare in prima persona i loro pezzi, e diventare così giornaliste a tutti gli effetti.

Di cosa parla la serie: il giornalismo visto da vicino.

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La serie è stata interrotta dopo la prima stagione (i motivi li trovate qui) ma, come spesso accade, Good girl revolt, tratta dall’omonimo libro di Lynn Povich, è uno di quei casi dove il viaggio è più importante della destinazione (sapere “come va a finire”). Strutturata in 10 puntate può essere vista come una miniserie, a metà tra la fiction e un documentario su quello che significava essere un giornalista negli anni ‘60.

Come funzionava una redazione? E le agenzie di stampa? Come faceva un giornale di New York ad essere informato su ciò che accadeva dall’altra parte del mondo, per esempio in Cina? Essere ricercatrici era solo un modo per tenere le donne lontano dalla macchina da scrivere o era veramente un ruolo considerato complementare a quello del cronista? Forse, rappresentava un tipo di giornalismo diverso da come lo conosciamo oggi, in cui il reporter scriveva il pezzo mentre qualcun altro si occupava di trovare le fonti, fissare gli appuntamenti, verificare date ed esattezza dei nomi. Questo è appunto il lavoro delle tre protagoniste: la hippie e ribelle “Patti” Robinson, la bellissima ed intelligente Jane Hollander e la mite e repressa Cindy Reston che, stanche di essere messe da parte, decidono di unirsi per conquistare il loro posto al sole.

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Good girls revolt: la liberazione oltre alla rivoluzione sessuale

Così come Mad Man ci aveva proiettato nel folle mondo della pubblicità degli anni ’70, così Good Girls revolt ci offre uno spaccato di cosa significava essere un giornalista cinquant’anni fa. Il punto di vista è quello delle ricercatrici, ed è dunque naturale che la serie racconti lotte, proteste, contraddizioni ed ostacoli connessi alla condizione femminile. Ma c’è di più.

Se non fossero discriminate, i loro sarebbero gli stessi problemi di altre donne e uomini della loro età: la volontà di imparare cose nuove, di scoprire il mondo, fare maggiore esperienza professionale. Sono ragazze di 25 anni, istruite (la maggior parte di loro sono laureate, al contrario dei loro colleghi maschi), prendono master, lasciano il lavoro per uno migliore (nella prima puntata una di loro si licenzia e va a scrivere per Il Post).

Per la prima volta quindi, ed questo è l’aspetto veramente nuovo, nella narrazione l’aspetto della rivoluzione sessuale passa in secondo piano, e diventa solo una tassello della lotta di liberazione femminile, fatta di donne diverse tra loro che, come afferma Patti, alla fine “desiderano la stessa cosa: un’opportunità”.
Se Good Girls revolt fosse una canzone: Nina Simone – Don’t Let Me Be Misunderstood.

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