Il nome della Rosa | Un medioevo di luoghi comuni

Quattro appuntamenti su Rai 1 dal 4 marzo per la serie evento Il nome della rosa, tratta dall’omonimo romanzo di Umberto Eco. L’opera era già stata portata sullo schermo nel 1986 con un film diretto da Jean-Jacques Annaud e interpretato da Sean Connery, Christian Slater, Michael Lonsdale e Ron Perlman.

Questa riproposizione seriale de Il nome della rosa, con la regia di Giacomo Battiato, è un thriller storico ambientato nel Medioevo in una misteriosa abbazia benedettina, teatro di feroci delitti e di congiure.

Un cast stellare, una grande coproduzione italo tedesca. Un buon successo di pubblico per la prima serata.

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La trama de Il nome della rosa

1327. Il frate Guglielmo da Baskerville (John Turturro) raggiunge un’isolata abbazia benedettina sulle Alpi. Lo attende una disputa importante. Assumerà il ruolo di portavoce dell’Ordine francescano, sostenuto da Ludovico di Baviera, futuro Imperatore minacciato dal potere temporale del papa francese Giovanni XXII. Lo accompagna Adso (Damian Hardung), un giovane novizio benedettino.

L’abbazia in cui si ambienta Il nome della rosa ha una biblioteca spettacolare che custodisce manoscritti di inestimabile valore. Ma è stato commesso un orrendo delitto: il monaco Adelmo è stato brutalmente ucciso.

Da qui partono una serie di delitti che coinvolgono, uno alla volta, i monaci dell’abbazia. Guglielmo riceverà l’incarico di indagare e risolvere il caso. Deve soprattutto scoprire il movente dell’assassino seriale. Non ha molto tempo. Tutto deve essere risolto prima che abbia inizio la disputa teologica tra la delegazione francescana e quella papale, capeggiata dal feroce inquisitore domenicano Bernardo Gui (Rupert Everett).

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Il nome della rosa mette in scena un medioevo umanamente desolante

Con qualche variante rispetto al romanzo, dando spazio alla vicenda della setta eretica dei seguaci di Dolcino, ecco che il medioevo ci viene trasmesso secondo quei cliché che, se raccontano pezzi di verità, ne tradiscono profondamente il contesto. Nessuna traccia del medioevo di Giotto e di Ligabue. Nulla di quanto lascia intendere lo splendore delle cattedrali con il loro forte contrasto cromatico: luoghi che attiravano folle di persone da chilometri e chilometri di distanza.

Dov’è il contesto della vita del medioevo che ha dato respiro a tanta, sublime poesia? Dov’è il faro di civiltà che ha portato alla fondazione di università?

Ma eccoli i cliché tanto rivendicati da tempo dal pensiero illuminista e dalla cultura protestante: la corruzione dei monaci, gli orrori dell’inquisizione, l’intento censorio della cultura monastica, la fede incompatibile e separata dalla ragione.

Cliché che s’inseriscono, per citare il prof. Introvigne, in un medioevo  di cartapesta tra benedettini dai volti orrendi, volgari, viziosi, sadici. Quegli stessi benedettini che hanno costruito le fondamenta della cultura europea. Gli stessi benedettini che hanno trascritto con pazienza e amore verso le generazioni future le opere del passato trasmettendoci tesori della cultura classica, che altrimenti sarebbero andati persi.

E la censura come metodo di trasmissione non può che essere stata un’eccezione piuttosto che una regola: se così non fosse l’Ars Amandi di Ovidio sarebbe rimasta sepolta nella notte dei tempi.

Cliché su un medioevo e su una fede che hanno un atteggiamento fortemente negativo della gioia, dimenticando che lo stesso sant’Ambrogio (citato da Tommaso nella Summa teologica) riteneva che l’uomo equilibrato dovesse avere un volto sorridente, altrimenti avrebbe nascosto un vizio.

La cattedrale del mare di Falcones ma perfino I Pilastri della Terra di Follet hanno raccontato meglio un epoca tanto denigrata da chi, in fondo, continua a cercare prove per supportare il proprio pregiudizio.

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