IL SEGRETO DI MARTA

IL SEGRETO DI MARTA

UNA STORIA D’AMORE NEL SOLITO, BARBARO MEDIOEVO

 

Miniserie ispirata ai romanzi della scrittrice tedesca Sabine Ebert, “Il segreto di Marta” racconta la storia d’amore tra una guaritrice e un feudatario, il cavaliere Christian. 

Ciò che rende difficile la loro unione è la differenza di classe, la superstizione che incombe su questa giovane donna, infine la guerra tra Il Magraviato di Meissen ed Enrico il Leone a cui Christian deve partecipare.


Siamo in Sassonia, nel 1165. La storia ha anche delle pretese storiche sebbene il linguaggio sia quello della soap in costume. Non si muove in un medioevo fantasy come accade in “Merlin” o nel “Trono di spade”. Qui si fanno nomi e si ricreano circostanze anche in modo dettagliato.
Ma andiamo per ordine.

 

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Marta (Ruby O. Fee) è una guaritrice. La sua esistenza è segnata dal trauma di aver visto sua madre, anche lei dotata del dono taumaturgico, uccisa come una strega. Si mette nei guai perché non riesce a salvare il nascituro di un potente signore. Quindi fugge e sulla sua strada incontra il cavaliere Christian (Steve Windolf) che è in viaggio con un gruppo di coloni franchi nel Margraviato di Meissen. Soggetto, per legge feudale al signore, Christian viene coinvolto nella guerra contro Enrico il Leone e la giovane guaritrice rimane in balia del malvagio Randolf ( Sabin Tambrea).

La miniserie è andata in onda il 5 e il 6 settembre su Canale 5. Gli ascolti sono stati discreti ma non così esorbitanti da annunciare una continuazione della serie( il 9% di share).

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La storia ha indubbiamente il suo fascino tra castelli, intrighi cavalieri e lotta alle streghe. Ma non possiamo non avvertire una certa stanchezza nel veder raccontato il medioevo come un’epoca di disgustose barbarie. E così si succedono stupri, torture, ammazzamenti di ogni sorta. Riteniamo che questa visione unilaterale faccia completamente dimenticare cosa fu realmente il Medioevo, un’epoca orami troppo deformata dalla cultura illuminista e protestante di bassa lega. Il risultato è un ulteriore impoverimento culturale dello spettatore.

Una manciata d’anni e le terre germaniche avrebbero dato i natali ad Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino.

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