L’UOMO A IMMAGINE DI HOMO SAPIENS O DI AVATAR ANONIMO?

L’UOMO A IMMAGINE DI HOMO SAPIENS O DI AVATAR ANONIMO?

di Simona Santoro

«Specchio, specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?». Sono le parole famose di una delle più celebri fiabe diventate popolari alla stregua dei best seller. Sì, le favole dei fratelli Grimm, come le leggende, le narrazioni e i grandi classici fantasmagorici, sono un genere narrativo che fa audience tra gli utenti che, ancora a gattoni, esplorano la realtà e cercano di conquistare la posizione eretta, tipica dell’essere pensante che, già in tenera età e con gli occhi sgranati, si pone i grandi perché esistenziali.

Se il racconto diventa il mezzo con cui l’autore lancia un messaggio ai suoi destinatari , la stessa narrazione rispecchia il fine per cui si scrive che è lo scorrere della vita da cui imparare. Racconto e realtà sono la trama che l’autore tesse per dare vita ai suoi capolavori sempre attuali, anche dopo mille generazioni, per lo spessore universale dei suoi contenuti; scrivere e narrare sono i mezzi con cui “iniziare” i più piccoli alla vita.

E come non pensare nella proposta narrativa al racconto delle origini del mondo? Si parte sempre dall’inizio, è il metodo propedeutico con cui educare all’arte di vivere, tutto ha un inizio, anche una fiaba che nasce con la mitica frase: «C’era una volta…». Questo tipo di approccio alla produzione narrativa, nel contesto della società postmoderna, rischia di essere sottovalutato e di iniziare il racconto con una scena che fa accenno al momento che è, all’adesso determinato dall’attimo e tutto rimane come un castello in aria, non si coglie la trama che invece è visibile nelle favole con i suoi castelli incantati, fonte di crescita per il genio umano dei bambini pronti a mettere in gioco la loro creatività.

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Gli autori che scelgono di tessere le loro produzioni narrative con il filo rosso dell’esistenza, srotolano il grande mistero che si vela dietro ogni storia, è lo stile dei narratori, degli scrittori, degli sceneggiatori e dei registi che si ispirano al grande artista delle origini del mondo, il noto autore che dà un tocco originale quando sceglie di dare i natali all’uomo, una sorta di autografo firmato con il suo stesso dito, un gesto ricordato da Michelangelo «quando, nel dipingere la cappella Sistina, ci racconta che Dio chiama Adamo all’esistenza attraverso il contatto di un dito»(1): così commenta lo scrittore Alessandro D’Avenia nelle sue tournée teatrali in cui valorizza la narrazione come canale interpretativo dell’esistenza; tutto ciò, nella postmodernità, è sostituito da un contatto digitale che offre visibilità all’essere con tanti like a valanghe e visualizzazioni a getto continuo, frutto di un voyeurismo sfrenato in cui la connessione riduce la relazione a una vera illusione.

Per la società postmoderna, si rischia di mandare in tilt il sistema diventato saturo di surrogati estetici che hanno la meglio sulle esperienze estatiche, il mondo virtuale licenzia quello reale dei luoghi diventati simbolo, ma ormai vuoti e dismessi, superati e sostituiti dai “nonluoghi” dove l’esistenza scorre a intermittenza; si chiude il sipario sui protagonisti della vita reale che si congedano da un pubblico indifferente e si accendono i riflettori su tanti altri profili virtuali in formato 3D come l’ultima novità arrivata dal Giappone che lancia “la realtà aumentata”, una forma di vita reale in cui si riproducono le condizioni dei videogame, il digitale si appropria della realtà e simula nuovi effetti speciali non più usati all’interno delle sale cinematografiche, ma negli ambienti quotidiani in cui l’uomo si muove, ormai sempre più somigliante a un avatar che si incarna nel virtual reality, piuttosto che “a immagine” di un homo sapiens.

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È questione di stile e di scelte, l’importante è coglierne che il virtuale ruba spazi al reale. Preso atto dell’incompatibilità tra reale e virtuale, rimane aperta la questione verso cui orientare il modus vivendi dell’umanità privata delle sue stesse radici antropologiche e ridotta a una serie di prestazioni che riproducono uno stile di vita simile ai videogame in cui si richiede la ricerca ossessiva di punteggio, che si può tradurre in successo, e la conquista di potere che rimanda all’ostentata sete di dominio dell’uomo.

Risultato? Lo schermo fa da padrone in una babele che non può tenere sotto sequestro i nativi digitali in una forma di comunicazione narcotizzata da emoticon sempre più aggiornate in base al trend del momento. Da qui la necessità di recuperare un confronto tra lo schermo e la realtà che possono tranquillamente dialogare. Questo tipo di competenza è presente nella produzione televisiva che rimane fedele alla sua mission di declinare ogni fotogramma in una vision molto vicina allo scenario reale di ogni vita complicata e implicata, con i suoi colpi di scena e di suspence.

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Da qui l’importanza d’interloquire con la narrazione televisiva, così come sottolinea la dottoressa Alessandra Caneva nella sua recensione dedicata a questa tematica: «Dal momento che le serie televisive di questo livello stilistico fanno parte della cultura, oserei dire della narrativa contemporanea, ritengo che sia un’occasione perduta non coglierne i messaggi, le domande di senso, le inquietudini che sono sempre un riflesso delle problematiche sociali, esistenziali, morali del nostro tempo»(2).

Il genere narrativo televisivo rispecchia la vita dei suoi stessi utenti che si identificano con quel personaggio o con quel racconto. Ecco la differenza sostanziale della narrazione televisiva in sintonia e in empatia con la biografia umana rispetto all’illusoria cronaca sui social in cui i profili anonimi si perdono nel caos della connettività e le identità confuse disperdono la collettività. Chi difende le relazioni da questi surrogati, può permettersi il lusso di fermare il tempo e di lasciare spazio all’esperienza vera che rende la persona pienamente umana, viva e presente con tutti i cinque sensi e ciò accade solo nella realtà.

Bibliografia

A. D’AVENIA, L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, Mondadori, Milano 2016.

Sitografia

< htpp://www.istantv.it >
2 A. CANEVA, L’importanza d’interloquire con la narrazione televisiva, in http://www.istantv.it, (03.08.2017).

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