La compagnia del cigno

Il Buio oltre il dolore

Un direttore d’orchestra un po’ contraddittorio quello rappresentato da Alessio Boni. Il suo intercedere severo e inflessibile, apparentemente senza alcuna nota emotiva, è la determinante principale nella caratterizzazione del personaggio.

A scuola tutti  chiamano il direttore “il bastardo” per i suoi modi evidentemente fuori da ogni condotta morale: si considera la guida ideale per i giovani musicisti del Conservatorio di Milano. Sostiene a gran voce come la vita fuori dell’istituto sia crudele e violenta, ed è per tale motivo che essi devono poter essere forgiati per essere pronti ad affrontare ogni sorta di situazione.

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Un giudice non un insegnante

Ma i ragazzi coi quali il direttore ha a che fare tutti i giorni, hanno a malapena 17 anni, nel fiore della loro adolescenza. In molti dimenticano questo aspetto della loro vita, alcuni genitori in particolare e forse qualcuno dei ragazzi stessi. Marioni è il maestro che nessuno vorrebbe avere in aula, nessuno vede in lui l’uomo ma solo il giudice delle loro azioni e dei loro pensieri.

Un sibilo che si insinua nella testa e che diventa ripetitivo fino ad esser assordante e impossibile resistergli. Ci provano con tutte le loro forze, qualcuno si piega qualcun altro invece lo affronta, ma qualcun altro cade. Cade inesorabile di fronte ai colpi del direttore che continuano imperterriti e senza sosta. Sono i suoi sensi di colpa a farsi sentire uno dopo l’altro.

È contro di essi che il direttore si batte. La colpa di non aver portato la sua figlioletta subito al pronto soccorso dopo la caduta dalla bicicletta. La colpa era di quello con la macchina che non si era accorto nel fare retromarcia, la colpa è di tutti i ragazzi che crescono e vanno avanti nella loro vita: sua figlia Serena non c’è più e la sua vita si è fermata di colpo.

Sono i colpi della bacchetta sul leggio che egli vorrebbe dare a ciascuno dei suoi allievi che si perdono nelle futili questioni della loro vita adolescenziale. Nessuno può capire il suo dolore, nemmeno sua moglie che vive a Como, incapace anch’essa di accettare la morte di Serena.

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L’arrivo di Matteo

Poi arriva Matteo, e il suo mondo pieno di dolore. Amatrice è stata appena rasa al suolo dal terribile terremoto: la mamma muore sotto le macerie e suo padre lo spedisce dallo zio a Milano perché possa seguire il suo sogno e cambiare vita.

Il dramma di Matteo e il suo talento sono le cose che attirano il direttore. Fin da subito capisce che è diverso dagli altri. È acerbo certamente ma non si limita a forgiarlo alla sua maniera. Vuole altro. È il suo lutto che lo attira e che forse somiglia al suo. La sua proiezione è evidente ma nessuno dei due è pronto a fare il passo. Nessuno ha ancora accettato ciò che l’ha sventrato.

Le vite di tutti i ragazzi che lui stesso quasi rifugge, hanno però degli aspetti che lo toccano e lo spronano. La testardaggine di Sara, violinista ipovedente, di voler suonare nell’orchestra lo induce a organizzare un concerto senza guida, un mettersi al suo stesso piano. Solo con Matteo non riesce a prendere quel qualcosa che lo aiuti a riscattarsi.

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Perché il dolore di perdere una persona cara il direttore lo conosce bene, ci fa i conti tutti i giorni. Ripercorre con la mente gli attimi che precedono e seguono il fatto, si rifugia nel disperato tentativo di cambiare la realtà, di inseguire l’uomo che gli ha ucciso la figlia, di resistere alle emozioni.

La sua freddezza non conosce limiti, ed egli così può lavorare senza pensare. Ma la musica è passione e solo dopo l’incontro con Matteo si accorge di averla persa. Cerca di entrare in relazione con lui, ma non conosce altro modo che aggredirlo e infliggere l’arma proprio nel punto ancora purulento del suo dolore.

Lì dove non vi sono segni di rimarginazione perché Matteo ancora alimenta la sua ferita. Entra ed esce, Marioni, con il suo sarcasmo e la sua psicologia spicciola di chi il dolore lo ha già superato. E invece è ancora lì a cercare di recuperare i frammenti dei cocci ormai polverizzati che lasceranno inevitabilmente dei vuoti nel suo vissuto. E fa male. Perché la forza che usa Marioni è pari alla speranza di Matteo di rivedere sua madre ancora viva.

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Il trauma del terremoto

È un rifugio sicuro e necessario quello di Matteo. Lo difende dagli attacchi di una realtà troppo crudele e da quelli del suo Maestro. Vuole stare tranquillo e suonare. Ecco perché vede sua madre nei momenti di solitudine, ci parla quando vuole raccontare qualcosa di bello, mantiene un legame che nessuna pietra può spezzare. Ne ha viste tante di pietre sul corpo della madre e quello è il suo segreto.

Del resto, ogni ragazzo ha un suo rifugio segreto: Robbo e sua sorella Chiara immaginano mondi azzurri pieni di lucciole che li allontanano dal grigiore della separazione dei loro genitori; Rosario si rifugia nella musica pop per non pensare ad una madre ex tossicodipendente che lo vuole portar via; Barbara si rifugia nell’accontentare una madre eccessivamente protettiva e invadente che proietta su di lei desideri e aspettative; Sofia si rifugia nel cibo per sfuggire alla realtà del suo corpo…

Ma quando la misura diventa colma, Matteo perde il controllo e ferisce il direttore col suo violino. Il suo volto sempre così troppo vicino per stabilire una comunicazione, un rapporto, un dialogo; un volto scrutatore ed anche fin troppo critico che parla di sua madre in un modo eccessivamente gratuito. È troppo per lui. È un modo per allontanare quel volto e quella bocca che straparla.

Aveva già colpito in volto, Matteo: alla inaugurazione delle casette nel campo di Amatrice, lanciando un bicchiere al sindaco e a suo zio che lo ospita a Milano.
Ma non è un violento Matteo, è spaventato e inorridito da quello che gli è successo, così come non lo è Luca Marioni quando attacca i suoi allievi. Il rapporto con Matteo lo segnerà profondamente, ma essi ancora non lo sanno.

Per concludere: ci troviamo di fronte a una drammaturgia molto sofisticata, non comprensibile a tutti, d’impatto visivo forte. Soprattutto, che non lascia intravedere altre possibilità meno aggressive di elaborazione  del lutto.

Francesca Orlando- psicologa-psicoterapeuta

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