LA FICTION E L’EGEMONIA SULLE EMOZIONI

LA FICTION E L’EGEMONIA SULLE EMOZIONI

 

 

 

Che si tratti di una fiaba destinata ai bambini o di un racconto autobiografico redatto a scopo personale, la narratività costituisce uno strumento indispensabile per cogliere i diversi aspetti della propria condizione esistenziale, diventa perciò uno strumento terapeutico.

Narrare significa chiamare con altro nome le cose che avvengono, ridimensionare la portata emotiva e gestirla al meglio. Aiuta a fare ordine e a smuovere le emozioni, a fare e disfare, a pensare e a pensarsi, a curare e a guarire.
Un modo umano per dare significato alle esperienze, una forma di mediazione tra il pensiero interno e l’azione esterna, tra il dentro e il fuori, tra l’essere e l’avere, tra il noumeno e il fenomeno.
Non può avere caratterizzazioni oggettive perchè parla a ciascuno di noi, ma nemmeno dimensioni soggettive perchè condivide orizzonti di senso che appartengono all’inconscio collettivo, comune a tutti gli esseri umani (Jung, Archetipi dell’inconscio collettivo, 1912).

La narrazione diventa quindi tecnica riconosciuta in ambito sia educativo che terapeutico, che utilizza i racconti per apportare cambiamenti significativi essenzialmente di tipo conoscitivo. Fin dall’alba dei tempi, narrare ed ascoltare hanno costituito un momento di aggregazione culturale e generazionale, per trasmettere ad altri le esperienze proprie o altrui, in modo da costruire assetti mitologici e ritualistici sui quali poi basare la propria conoscenza.

 

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Che si tratti di fantasia o di realtà, dunque, la caratteristica comune delle narrazioni sembra essere l’universalità dei temi ricorrenti, da cui si originano simbologie piuttosto frequenti. È nella lettura di questi aspetti che si esprimono pienamente i processi psichici di ciascuno di noi, e il racconto ne diventa il veicolo comunicativo, lo strumento che crea la distanza di sicurezza psicologica (M. Sunderland, Come esprimere le emozioni, 2004) adeguata e necessaria per parlare anche di quello che ci fa più vergognare e soffrire.


È ciò che accade anche nelle narrazioni televisive, in quelle meglio rappresentate dalle fiction che, come ebbe a sostenere Propp (Morfologia, 1966), sono direttamente legate alla tradizione orale. Tale legame, viene confermato dall’origine semiologica di ciò che intendiamo per fiction, ovvero il racconto fantastico, d’immaginazione in contrapposizione alla narrativa del realismo storico e biografico.

Attraverso le fiction infatti si cerca di trasmettere la cultura e il suo substrato sociale e di restituire in tal senso anche le aspettative del pubblico. Esso, infatti, come entità collettiva desidera essere rappresentato e si pone in ascolto della storia che parla di lui e a lui. Ogni narrazione televisiva parla all’altro ma parla molto di se stessa e di chi il prodotto lo ha scritto e messo in scena, come abbiamo visto per i prodotti a contenuto violento (http://www.istantv.it/visto-in-tv/approfondimenti/349-violenza-e-pornografia.html), rispondendo così al bisogno sociale e culturale di ascoltare le storie. Tale processo si chiama identificazione e consente, al di fuori della finzione scenica, di affrontare e risolvere i propri vissuti esistenziali in una forma catartica e a volte anche apotropaica, nel senso di esorcizzare gli eventi.

 

 

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Questo modo di rispondere ai vissuti individuali del pubblico richiama invece alcuni aspetti più collettivi e sociali della narratività televisiva delle fiction. In particolare, la serialità con cui vengono proposte le serie televisive, risponde a un bisogno infantile di bisogno e protezione, dell’esserci sempre, in una circolarità che ha una funzione chiaramente rassicurante e consolatoria, restituendo immagini di un sè sicuro, familiare e pertanto dotato di un’autostima sufficientemente buona. Il pubblico rispecchiandosi in questo sè, ne assume le sembianze e desidera che la serie non abbia mai fine.

L’impronta terapeutica delle narrazioni seriali ha quindi un effetto lenitivo e curativo delle tensioni quotidiane, contenendo al loro interno anche la soluzione (morale fiabesca) che va quindi poi interpretata personalmente. La circolarità della messa in onda, l’attesa di quell’appuntamento fisso e cadenzato che scioglie le tensioni anche grazie all’identificazione coi personaggi, richiama la ripetizione degli schemi noti e acquisiti nello sviluppo cognitivo e psicologico del bambino (Piaget, La nascita dell’intelligenza, 1936).

Con questa stessa circolarità, l’utente sa di potersi fidare del personaggio, così come del programma, perchè la sua struttura fiabesca mette ordine ad una realtà instabile e confusa. Tutto ciò genera un senso di appartenenza culturale e un’identità comunitaria a quella serie e a quel tema rappresentato.

Ed è a questo livello di comunicazione che si colgono gli aspetti più significativi della narrazione. Non tanto una trasmissione a senso unico, dove lo spettatore si pasce senza freni dei contenuti come bocconi, a volte amari, da mandare giù quanto piuttosto un modo di ricevere e metabolizzare il senso di quanto appena appreso in televisione.
Eppure, la narrazione televisiva degli ultimi tempi, alla sua funzione consolatoria aggiunge un ruolo egemonico di predominio delle conoscenze, dove in una sorta di autarchia comunicativa condiziona lo spettatore a non porsele più le domande. E invece sarebbe opportuno farsele. E chiedersi in realtà cosa quella serie ci sta dicendo, in uno scambio multi direzionale tra produttori, pubblico, cultura e sistemi valoriali. Una televisione, quindi, apparentemente appetibile ma del tutto indigesta.

 

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La televisione, così come le specie tecnologiche degli ultimi tempi, è nutrita da una società cronofagica, in cui la relazione col mondo si fonda su attimi e fotogrammi di una vita vissuta di corsa. Le parole sono contratte, inviate come in un cellulare, in infiniti messaggi di testo dove il senso è intuibile ma non compreso, dove manca la relazione con l’altro e comunque ricco di immagini essenziali e riassuntive di un concetto perché vige il detto che l’immagine vale più di mille parole.

Bando alle parole, al dialogo, all’interloquire, al capire quale sia il messaggio insito nella storia narrata, è troppo complicato e magari anche pericoloso scoprirlo. La narrazione televisiva spesso ci condiziona in questo rendendoci tutti un po’ alessitimici, incapaci di leggere ed esprimere le proprie emozioni che vengono pertanto vissute essenzialmente a livello corporeo senza alcuna elaborazione mentale o introspezione psicologica.

La desensibilizzazione verso il mondo emotivo ed empatico aumenta, dall’altro lato, la ricerca attiva di nuove ed esaltanti emozioni che devono poter rispondere a intensità sempre diverse e sempre maggiori. La portata dei propri bisogni psichici necessiterebbe uno sguardo interno sempre più attivo e l’impossibilità di rispondere a tali domande non fa che esacerbare il desiderio materiale, e non più mentale, come unica fonte di gratificazione personale. La narrazione televisiva degli ultimi tempi risponde proprio a questa cultura delle emozioni e dei contenuti, che troppo spesso diventano l’unico mezzo di scambio di questa televisione certamente più fruibile ma non per questo culturalmente sana.

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