The Good Doctor | La leggenda del dottore buono

Cosa si cela dietro il successo della serie tv di Rai Uno “The Good Doctor“? Forse proprio la semplicità degli intenti. Al di là del fatto che, come sostengono in molti, la serie non descrive la sindrome di Asperger e dello spettro autistico tout court, ciò che suscita affezione nei confronti del personaggio è ciò che probabilmente gli autori vogliono rappresentare. La scelta del protagonista che vive una condizione particolare è paradossalmente la migliore per spiegare la relazione medico-paziente. Forse non avevamo bisogno di un altro medical drama come questo.  Somiglia cosi tanto a Dottor House (il cui creatore ha poi sviluppato la serie in oggetto), a Grey’s Anatomy anche se con qualche differenza e all’indiscusso buon vecchio E.R. di cui riprende la precisione dell’arte medica e chirurgica.
Ecco, non dovrebbe dirci niente di nuovo. Ma l’originalità del prodotto sta proprio nella storia del personaggio principale a cui si dedica il titolo. Il buon dottore appunto. O il dottore buono?

Un pizzico di autismo è necessario per il successo nelle arti e nelle scienze – H. Asperger

Shaun Murphy è uno specializzando chirurgo dalle doti eccezionali: ha quella che si chiama “sindrome del savant” – del saggio, come dicono i francesi– condizione che si riscontra in alcune affezioni neurologiche e in chi ha sviluppato un ritardo cognitivo. Ma Shaun è un autistico ad alto funzionamento, quella che si chiama sindrome di Asperger e che solitamente presenta un quoziente intellettivo normale o superiore oltre 120, come i geni. Come si combinano queste sindromi? Nell’intuizione, nella precisione dei dettagli, nella speculazione filosofica di ciò che gli succede intorno, nella dedizione assorbente ad un argomento o a un interesse circoscritto – ciò che lo stesso Asperger chiamava “piccoli professori”- nel perfezionismo dunque del sapere: la sua caratteristica in corsia è una conoscenza dettagliata, puntuale e precisa dell’anatomia. L’espediente cinematografico è dato dall’immagine sovraimpressa che mostra l’organo colpito o la previsione di un suo intervento. È quello che si chiama ‘pensare per immagini’, caratteristica tipica degli Asperger che si lega anche nelle interazioni sociali, punto debole della sindrome e della caratterizzazione del personaggio televisivo. Shaun infatti presenta una compromissione qualitativa dell’interazione sociale: l’approccio con gli altri è eccentrico e unilaterale (mostra ilarità in contesti dove sarebbe richiesta compostezza), è incapace di entrare in empatia con l’altro (non coglie il disagio nell’altro mentre snocciola le sue interpretazioni mediche) e di interpretare quindi la gamma dei segnali della comunicazione non verbale (non è in grado di cogliere l’ironia e il sarcasmo per la caratterizzazione dicotomica del suo pensiero e il fatto che in una puntata vi riesca resta solo una licenza degli autori), e, caratteristica principale di tutto lo spettro autistico, evita di guardare l’altro negli occhi durante un’interazione.
Eppure Shaun ha davvero un successo non solo fuori dagli schermi. La storia del medico Asperger ha ammorbidito i colleghi nonostante i pareri pregiudizievoli del suo arrivo in ospedale. Fin dalle prime puntate anche noi spettatori cominciamo a conoscerne il vissuto. Il padre di Shaun non ha mai accettato la sua ‘diversità’ e per l’incapacità di farlo si è sempre reso violento e giudicante. Questa è anche la realtà dei bambini o ragazzi Asperger di fronte agli altri. Essi sono infatti spesso vittime di atti di bullismo o di incomprensione e quindi di isolamento. L’assenza di comunicazione sociale li porta a sviluppare ansia e panico. Shaun trova conforto nel maneggiare un piccolo arnese che lo lega a suo fratello maggiore, morto accidentalmente mentre giocava con lui. Il fratello è dunque stato per Shaun un valido sostegno affettivo, un punto di riferimento su cui contare e appoggiarsi per conoscere la vita.

È nella tragica fatalità a cui assiste da bambino che Shaun sviluppa la passione per la medicina: troppe morti lo hanno segnato. Dapprima la madre, poi il coniglietto che il padre scaraventa in una delle sue esplosioni rabbiose e infine suo fratello. Spetta a lui dunque attivarsi ora per salvare altre vite umane, non avendo potuto fare nulla in gioventù.
Lo conosciamo nella sua routine quotidiana, fatta di scadenze, orari, sveglie: il tutto meticolosamente rispettato come vuole la caratterizzazione degli Asperger. Il tragitto da casa all’ospedale è visivamente a noi segnato, così come lo è nella sua testa. L’attenzione a un pattern strutturato e abitudinario, gli consente di non agitarsi e di poter lavorare senza problemi. In questa sua strutturazione mentale dicotomica non è ammesso l’imprevisto in quanto non organizzato e comunque non esistente. È quella che si chiama ‘sameness’: immodificabilità dei contesti, un tratto preso in prestito dal DOC (disturbo ossessivo compulsivo) ma con grandi differenze eziologiche.
Ecco questo, e molto altro, è Shaun.

Un Asperger medico?

Ce lo siamo chiesto in tanti. Dovremmo chiederlo a uno di loro, prima ancora di poterlo dire noi. Certo è che la relazione medico – paziente necessita di empatia e di tutto un corollario emotivo e cognitivo che forse non sarebbe possibile con uno come Shaun. È questa la stessa perplessità che il comitato direttivo dell’ospedale aveva mostrato nei confronti del dr. Glassman, direttore dell’ospedale nonché tutore di Shaun, quando lo presentò ai colleghi.
Possiamo parlare per previsioni o comunque ipotizzare che, con una buona gestione dell’ansia, gli Asperger possano riuscire a stare in adeguati contesti procedurali come quello medico-scientifico. Del resto, è risaputo che gli Asperger riescano bene in contesti tecnico-scientifici, informatici per esempio che si allineano alla loro strutturazione cognitiva di tipo dicotomico di cui parlavamo prima. È il sistema binario che li contiene, preciso e immodificabile, privo di improvvisazioni. O uno o zero, o bianco o nero, o si dice o si tace. Con queste caratteristiche, lo vedremmo bene – dunque – in specialità di tipo tecnico, come il radiologo, che non lo costringe ad avere un continuo e stretto contatto con il pubblico, ma tale che comprenda meglio le procedure tecniche della materia.

Asperger celebri

Ciò non esclude però che gli Asperger non possano entrare nel mondo del lavoro o della fama, anzi. E la storia lo dimostra. La maggior parte dei cosiddetti ‘grandi’ sono stati Asperger o autistici. Nelle scienze, Darwin, Edison, Einstein, Newton e il più moderno Tajiri creatore dei Pokemon. Nell’arte, Van Gogh, Michelangelo. Nel cinema, Spielberg, Hitchcock, Dan Aykroyd (Ghostbuster e Blues Brothers), Hugh Laurie (Dottor House). Nella musica, Mozart, Beethoven e oggi Susan Boyle. In filosofia, Wittengstein. In politica, Lincoln. E chissà quanti altri ancora.

Il senso della storia

Ma qual è il senso di questa storia? Partirei dal titolo che non è stato scelto a caso. The good doctor vuole dire il buon dottore. Forse quello che azzecca la diagnosi e salva vite umane. Forse. Ma non solo questo.
Il buon dottore non è necessariamente un dottore buono, quello che ascolta il vissuto e che rende tutto più umano. Shaun ha difficoltà a entrare in relazione con l’altro, è vero, ma possiede una spontaneità che a volte gela le situazioni e in altre crea quello spazio necessario per accorgersi di lui. Paradossalmente ci accorgiamo di non avere noi quella giusta empatia nei suoi confronti.
Chissà che la scelta del protagonista speciale non sia invece un invito alla riflessione, spiegare la relazione medico-paziente che in tante occasioni oggi è ancora carente. Che questa serie sia la risposta paradossale alla domanda iniziale (può un Asperger fare il medico?). Chissà che quel dottore, che vive già la sua dolorosa esperienza personale, non sia invece paradossalmente la persona più adatta a gestire un contesto non solo oggettivabile (la malattia) ma anche soggettivo (il vissuto), sfondando il muro della sua incapacità empatica entrando nella relazione col paziente e sintonizzandosi con la sofferenza dell’altro.

Francesca Orlando, psicologa e psicoterapeuta

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