La mossa del cavallo

La mossa del cavallo: una partita a scacchi contro la disonestà.

Lunedì sera otto milioni di italiani hanno visto  La mossa del cavallo – C’era una volta Vigata, versione televisiva dell’omonimo romanzo di Andrea Camilleri. Una data storica, perché è la prima volta che l’autore siciliano porta sul piccolo schermo qualcosa di diverso da “Il commissario Montalbano” (qui la nostra recensione dell’ultimo episodio), il personaggio che più di ogni altro lo ha reso conosciuto al grande pubblico.

La veste scelta per il grande debutto è il romanzo storico, con una trama che si snoda nella Sicilia post unità d’Italia (1877), dipinta, ha affermato il regista Gianluca Maria Tavarelli, come “una specie di far west, una terra di nessuno, costellata di banditi, malfattori e gente abituata a farsi giustizia da sé”.

La paura di Camilleri

La posta in gioco era alta e ne era ben conscio lo stesso Camilleri che si dichiarava emozionato, ma anche preoccupato per la risposta del pubblico, abituato sì a livelli di eccellenza narrativa, ma somministrata in un modo assai diverso (l’unico precedente è il film del 2012 “La scomparsa di Patò“). Il dato del 32% di share non basta per tirare le somme in termini di apprezzamento.

Per quello bisognerà aspettare la trasmissione di un eventuale secondo episodio e vedere se i telespettatori trasformeranno la curiosità in interesse (speriamo di sì: vorrebbe dire che la bellezza non solo salverà il mondo, ma batterà anche i reality show).

Della storia vi diciamo questo: l’attore protagonista è pugliese, nella fiction è genovese e si salverà “pensando in siciliano” (Michele Riondino); “la mossa del cavallo è un’espressione che descrive il tipico movimento ad L del cavallo in una partita a scacchi; e infine, nel raccolto si parla di corruzione e dei moltissimi volti che essa assume (vigliaccheria, servilismo, avidità, ignoranza, disperazione, desiderio).

Ecco un’intervista all’attore protagonista de “La mossa del Cavallo”

“Uno spettatore ormai pieno di bacilli montalbaniani si siede e si trova di fronte a un altro mondo. Come si fa?” si chiedeva Camilleri.  Ebbene, potrà sembrare ovvio ma la prima cosa da fare è mettersi l’anima in pace: non è un episodio del commissario Montalbano. E questo non significa solo che il commissario “non c’è” ma che quello raccontato ne “La mossa del cavallo” è appunto un altro mondo, un altro universo di senso, privo di quei modelli in un certo senso rassicuranti a cui eravamo tutti abituati.

Montalbano e la Mossa del Cavallo: le differenze

Per esempio: in questa storia non si ride. La comicità, quando emerge, risulta legata all’elemento grottesco che caratterizza le situazioni ma ancora di più i personaggi (l’infuriato don Mimì, che si muove per la campagna rabbioso e con occhi spiritati, il ghigno dell’intendente corrotto). A livello scenico il grottesco si converte in intensi primi piani e sequenze che sottolineano la violenza di ciò che accade (una su tutte, l’esecuzione compiuta da un sicario mafioso).

Un altro aspetto della narrazione che vale la pena di sottolineare è che in questo racconto l’onestà non è prerogativa dei santi. Ognuno di noi è chiamato a compiere il proprio dovere, giorno per giorno, che sia a scuola, dietro a una scrivania o come nel caso del protagonista, debba far rispettare l’odiatissima tassa sul macinato.

Di sicuro è una storia indigesta: è faticosa, con alcune scene che potrebbero sembrare anche respingenti. Ma d’altra parte, questo senso di soffocamento, di giustizia non fatta, di rabbia per le cose che non vanno e forse non andranno mai, non è proprio della corruzione stessa?

L’anima non si deforma, non si trasforma in qualcosa di grottesco anche lei, quando si abbandona alla disonestà e la connivenza? E allora va bene così. Chi l’ha detto che una storia per essere bella deve avere per forza il sapore di una zolletta di zucchero?

Infine, una piccola osservazione: secondo voi Camilleri ha idea di cosa sia uno spoiler? Guardando questa sua introduzione a La mossa del cavallo si direbbe di no

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