La quarta dimensione | Russian Doll

 

“Russian doll”, bambola russa, la matrioska. Bamboline di legno dalla caratteristica forma a pera infilate una dentro l’altra dalla più grande alla più piccola. È così che si svolge l’interminabile serata di Nadia (Natasha Lyonne), programmatrice informatica dal carattere un po’ androgino e una bella chioma rossa riccioluta.

Un giorno dopo l’altro, Nadia vive sempre la stessa sera nella casa di una sua amica che ha dato per lei una grande festa di compleanno. Quella sera stessa, dopo la festa, però viene investita da una taxi e muore.

Ma come in un videoregistratore, col tasto rewind, tutto ricomincia dal bagno della casa in festa. La musica le stesse persone e gli stessi gesti ripetuti all’infinito. Quel che cambia è il finale della sera: ogni volta una morte diversa.
Come lei, anche Alan (Charlie Barnett), vive il suo rewind tutti i giorni, da quando è andato dalla sua ragazza a proporle di sposarla e invece si è sentito rifiutato. Lui la morte se l’è cercata suicidandosi, ma ogni mattina si trova davanti allo specchio del suo bagno a rivivere sempre lo stesso copione.

Nadia e Alan si incontrano dopo una delle loro morti e cominciano a fare le dovute riflessioni. Qualcosa li unisce, qualcosa spiega il senso del loro ineluttabile destino. E così cercano di ripercorrere la prima notte, quella che ha dato inizio alle ripetizioni.

COME IN UN VIDEOGIOCO

Improvvisamente gli specchi delle loro stanze da bagno dove tutto ha di nuovo inizio scompaiono; sono gli specchi del loro narcisismo, di una vita vissuta all’insegna del proprio egocentrismo.

Alan è un ragazzo dai tratti particolarmente ossessivi, con un forte senso di controllo nei confronti della sua ragazza al punto da non accorgersi della sua infelicità.

Nadia ha vissuto un’infanzia difficile e un rapporto doloroso con la madre, allevata da una psicoterapeuta amica di famiglia, ma sostanzialmente sola.

I due devono riscrivere il primo incontro, è lì che si trova la chiave di tutto. Quella notte in cui lei era scesa a prendere le sigarette e lui l’ultima delle sue bottiglie da sballo, nessuno dei due ha potuto salvare l’altro dalla fine che li avrebbe colti.

Il loop è iniziato perché nessuno ha aiutato l’altro. All’idea punitiva di Alan fa eco quella di Nadia, di un moralismo che ha poco a che fare con l’etica religiosa del peccato.

Un’etica più tecnologica, che lei spiega con la metafora informatica dei videogiochi visto che lei li programma: “è come un bug, è come un programma continua a bloccarsi. L’arresto è solo un sintomo dell’errore nel codice. Se le morti sono il nostro reset, allora quel momento è l’errore che noi dobbiamo risolvere”.

Il tempo che essi hanno vissuto è decisamente diverso da quello che tutti gli altri hanno passato. Ciò è rappresentato da un particolare interessante. In tutti gli ambienti che abitano, è presente frutta marcita e fiori appassiti.

L’apparenza inganna perché ogni arancia ammuffita contiene al suo interno una polpa florida e succosa. Forse il gioco perverso a cui sono stati destinati vuol dare loro la possibilità di provarci ancora e di non arrendersi all’evidenza.

Qualcosa di buono può ancora essere fatto e assaggiato, anche il loro passato può e deve essere recuperato: le fotografie nascoste sotto il letto ne sono una prova. Tornare nel luogo dove per la prima volta si sono conosciuti darà a loro la possibilità di riprogrammare le sequenze delle loro esperienze, proprio come in un videogioco. Nadia la chiama ‘la quarta dimensione’.

IL PASSATO CHE TORNA

Ma quando Nadia prova a ripercorrere indietro il suo cammino, ecco che le persone che prima avevano fatto da sfondo, cominciano a scomparire una dopo l’altra. Il barbone, che nelle sue interminabili domeniche del suo compleanno aveva aiutato, ha lasciato il posto all’immagine di sé bambina. È nel rivederla che il suo progetto si interrompe. È chiaro che collegare il presente al futuro necessita del recupero del passato. L’immagine di sé bambina riporta Nadia al rapporto con una madre problematica incapace di provvedere alla figlia e fortemente disturbata nella relazione con gli altri.

L’ennesimo risveglio nella gabbia del presente la conduce in una dimensione che non conosce più: la festa è sempre meno popolata di persone, il bagno in cui si risveglia è cambiato.

Oltre allo specchio ha perso la porta, la casa ora è completamente vuota di tutto, anche delle cose. Al vuoto intorno alle cose Nadia non ci aveva mai fatto caso. Ora che tutto scompare, il freddo della solitudine si fa sentire. È una solitudine particolarmente dolorosa: è l’incontro con il sé bambina che rende tutto difficile da superare.

È come se Nadia bambina si fosse persa, intrappolata in un tempo tra il passato e il presente e che non si sblocca, portando alla morte Nadia e Alan.

Eccolo dunque il progetto per tornare a vivere e a far scorrere il tempo: aiutare la bambina ad andare avanti, provare a sistemare le cose della vita, chiedere perdono.

Alan con Beatrice, Nadia con se stessa. Ma qualcosa va storto e i livelli temporali delle sequenze esperenziali si sfasano e ciascuno dei due aiuta l’altro della vecchia dimensione.

In un labirinto mitologico, come riporta il titolo dell’ultimo episodio della serie, le sequenze pian piano si avvicinano fino a sovrapporsi, il passato è stato modificato e il presente può andare avanti.

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