La ricerca della perduta felicità | Osmosis

Osmosi, fenomeno di scambio, flusso continuo tra due soluzioni separate. Influenza, compenentrazione reciproca tra individui che hanno qualcosa in comune. Osmosi come simbiosi materna. È questa la ricetta del nuovo progetto tecnologico ideato e condotto da Paul ed Esther Vanhove, due fratelli parigini impegnati a cambiare il mondo.
Osmosis ha a che fare con i liquidi, come la società cui si rivolge. Questa futurista ma anche quella nostra più contemporanea, quella di Baumann per intenderci. Società liquida ovvero mutabile in cui le forme sociali perdono pian piano la forma. Come un liquido che acquista la sua forma se contenuto in una struttura ben precisa, allo stesso modo la società cerca di trovare un alloggiamento nella rete che la contiene. E ci riesce, fin dove può.
La scelta della rete non è una licenza narrativa, ma il richiamo alla tecnologia vera e propria, le cui maglie finiranno per non riuscire a contenere e proteggere il suo fragile contenuto.
L’identità dell’uomo è diventata virtuale, un avatar, così come lo sono le sue relazioni. Esther, l’ideatrice del progetto, non possiede una vita sessuale sana: si connette con un’applicazione per incontrare il suo amante virtuale. E non possiede nemmeno una vita relazionale reale: a parte la sua famiglia, le persone che frequenta sono i collaboratori del quartier generale informatico dove “Osmosis” sta per essere lanciato sul mercato.
L’intento dei creatori è quello di distinguersi dalle potenzialità della tecnologia attuale.

“Osmosis si rivolge a chi non si sente appagato dalle relazioni virtuali, e crede che la realtà virtuale abbia soppresso i sentimenti. Queste persone pensano di non avere scelta, allora prendono consumano e buttano via. Ma ciò che realmente vogliono è intimità, passione: osmosi. Osmosis”.

Acqua e materia

Quello che regge il progetto è la promessa di un amore assoluto, di incontrare l’anima gemella che produce felicità. Perché tutti hanno il diritto di essere amati. La stessa felicità che Freud rintracciava nel godimento dello stato indifferenziato della materia, il sentimento oceanico del feto nel grembo. Acqua e materia che si fondono e si compenetrano, l’uno alla ricerca dell’altro, di ogni sua molecola per connettersi e impedire la separazione anche fisica. La pillola che permette ai nanorobots di attivare circuiti neuronali con le onde elettromagnetiche dello spazio intorno e dentro di noi, consente a chi ha attivato l’impianto di essere sempre insieme, di annullare la separazione fisica e temporale dell’assenza.
La separazione che alla nascita determina il dolore dello stato perduto è la frustrazione che ne consegue e che Paul cerca di evitare quando scopre che la sua compagna, Josephine, ha deciso di disinstallare l’impianto e viversi il loro amore nella completa purezza, libera dai condizionamenti esterni.
La ricerca della felicità che si prefigge di raggiungere “Osmosis” è dunque il tentativo allucinatorio del desiderio di lenire il dolore e per riuscirci, l’uomo deve provvedere da solo. Il bisogno del singolo soddisfatto dalla tecnologia, riesce a confondere il limite tra realtà e fantasia. Non esistono limiti, in Osmosis: il bisogno del singolo come ricerca della felicità diventa negazione dell’altro per affermare se stessi e per farlo andando oltre se stessi. Eccolo qui il post umano: la prevaricazione dell’uomo che lotta contro se stesso e il suo involucro umano: non è l’incontro tra due corpi e due anime che rende possibile la relazione, ma l’involucro corporeo che ingerendo la pillola della felicità fa sì che i sistemi neuronali si attivino per determinare la relazione stessa.
E invece l’uomo dovrebbe poter accettare i propri limiti, interni ed esterni, abitarli non per dominarli ma per costruirvi sopra la propria identità e realtà umana.

 

Paul Vanhove…

Accettare i limiti e il dolore, però, fanno male. Lo sa bene Paul cresciuto con la consapevolezza di non essere amato, con il senso di colpa di aver ucciso la sorella, non badando a lei quando era piccola perché piccolo anch’esso. Vittima di una madre problematica, ricoverata ora dopo un grave esaurimento nervoso che solo Esther riuscirà a svegliare. Lo fa con mezzi poco ortodossi ed eticamente discutibili, ma riesce nel suo intento: riattivare l’ippocampo affinché ricordi qualcosa di sé. Ed invece Esther scoprirà a sue spese di non essere la sorella di Paul ma solo la creatura che quella donna chiamata madre aveva fatto di lei. Esther che porta il nome della bimba uccisa, è servita come sostituto di qualcosa che non c’è più, di un legame artificioso e nient’altro. Esther con una specializzazione in neuroscienze trova così modo di sublimare il suo dolore cercando di fare del bene per gli altri. Insieme a Paul che diventa il prototipo della sua creazione.

 

..ed Esther

Le esperienze sono molteplici e variabili: l’anima gemella per alcuni esiste per altri no (è la variabile d’errore di questa sperimentazione), ma possiamo dire che almeno ci hanno provato.
Solo Esther e Billy – un androgino – non hanno ingoiato la pillola della felicità, due figure emblematiche soprattutto nella loro estetica. Corpi affusolati che negano le differenze ed enfatizzano l’ambiguità. Occhi vitrei senza sguardo, che rifuggono ogni emozione. Due corpi freddi ed eterei, impalpabili, quasi inesistenti. Proprio quello che rappresenta l’espressione dell’indifferenziazione, l’ambiguo, il confuso, quello che si mette insieme per mescolare due materie, due corpi, due liquidi. Osmosi, appunto.

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