Le grandi narrazioni di cui abbiamo bisogno

“Questa è una storia vera. Gli eventi narrati in questo film hanno avuto luogo in Minnesota nel 1987”. Così ha inizio Fargo, film dei fratelli Coen del 1996. Un avviso simile si può leggere all’inizio di ogni puntata della serie tv Fargo, co-prodotta dagli stessi fratelli Coen.

Come si può immaginare, nessuna storia, né quella del film né quella della trasposizione televisiva, è vera. Giustamente dopo la fine delle grandi narrazioni nessuno sente il bisogno di lamentarsi di questa palese assenza di verità, perché il testo di un film non coincide con i suoi titoli di testa.

Ma in quale clima culturale sono stati creati questo film e queste serie tv?

Le grandi narrazioni sono finite?

Secondo diversi filosofi contemporanei le grandi narrazioni sono finite. Il filosofo francese  Jean Francois Lyotard, nella sua opera “La condizione postmoderna” (1981), dichiara conclusa la modernità e i suoi sogni, interpretandoli come deliri di onnipotenza e pensando questa fine come una liberazione.

Arthur Danto, filosofo dell’arte americano, in “Dopo la fine dell’arte” (1997) teorizza che l’arte in tutte le sue forme si è slegata dalle grandi narrazioni, a causa del loro esaurimento.

Eppure ogni anno vengono prodotte centinaia di serie televisive in tutto il mondo.

Nuove possibilità narrative

Se le grandi narrazioni sono finite, oggi le possibilità narrative, grazie alla ritrovata forma d’arte televisiva, sono infinite. Si può raccontare tutto: mondi stravolti da pandemie di ogni genere, invasioni extraterrestri, città in cui all’improvviso i morti ritornano in vita, uomini risucchiati in  un attimo nel nulla.

Le serie fantascientifiche giocano sulla condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo e sui suoi desideri: mondi in cui la criminalità è stata sconfitta del tutto, insieme alla libertà umana; mondi in cui la morte è stata sconfitta, in cambio dell’umanità stessa.

La serialità come forma di narrazione permette di scendere, per mezzo delle storie, nei recessi più profondi della psicologia umana: lo testimoniano decine di serie crime che approfondiscono la mente dei serial killer e dei loro inseguitori.

Storie di streghe, vampiri, di creature demoniache che rappresentano le forze più oscure che albergano nell’animo umano. Tutto ciò viene narrato, in genere, con una qualità stilistica straordinaria.

Quali sono i nuovi classici?

La narrazione seriale è forse la prima forma d’arte che mette in discussione la necessità del “classico”: in questo universo di infinite possibilità di racconto, il pubblico è sempre più (ma non definitivamente) alla ricerca di evasione e non di un’esperienza estetico-esistenziale. Il classico è invece quella narrazione capace di toccare universalmente e al di là del tempo le corde dell’animo umano, svelando verità intime, percorsi di felicità o di dannazione, suggerimenti per fare di questa nostra vita qualcosa di importante.

Lost è un classico? Breaking Bad è un classico? Oz?

Rispondere a queste domande è molto difficile. La fine delle grandi narrazioni procede di pari passo con il declino dei grandi sistemi di senso, la morte (ormai più che ventennale) delle grandi ideologie politiche, l’allontanamento dalle grandi religione monoteiste.

Qual è il senso del classico, se non c’è più nessuno senso da indicare? Quali sono gli Shakespeare e i Dostoevskij della narrazione seriale?

Si può chiamare come si vuole: narrazione post-moderna, post-umana o della post-verità, ma sembra che sia la narrazione tipica della nostra epoca. Forse questa è un’analisi che giunge quando il fenomeno culturale è diffuso.

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Un’idea non condivisa di uomo

L’assenza di un’idea condivisa e condivisibile di uomo e la scomparsa di punti fermi dà vita a storie nelle quali si sente il desiderio di abbattere i limiti imposti dal corpo, dalla coscienza, dalla legge interiore, da quella civile, e da tutte le tradizioni (scientifica, filosofica, religiosa…).

In questo modo si creano dei mondi slegati dalla realtà, o meglio collegati ad essa solo grazie alla feroce assenza di senso.

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Di quali grandi narrazioni abbiamo veramente bisogno? Roberto Mordacci, preside della facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, in un’intervista del 2015 affermava:

“Abbiamo bisogno di storie perché abbiamo un disperato bisogno di Storia.

Il postmoderno dichiarava che la storia è finita. Ma i fatti lo smentiscono, e il nuovo millennio ha portato vere e proprie rivoluzioni inattese e drammatiche. Per interpretare questo tempo abbiamo bisogno di raccontarlo, di argomentare il suo senso narrandolo e di dotarci così degli strumenti di pensiero e immaginazione per prefigurare un futuro accettabile.

Abbiamo bisogno di storie che ci dicano che il futuro è possibile e che può persino essere migliore,

purché noi ci si impegni a comprendere il presente. Senza una narrazione, nessun progetto politico ha presa su un popolo. Ma se la narrazione è falsa, il progetto sarà un tragico errore, un passo indietro nella storia”.

Raccontare storie è una caratteristica propria dell’uomo. In qualche modo l’uomo e il racconto sull’uomo a lungo andare coincidono. I classici oggi sfuggono a una definizione certa, ma è possibile cercare dei criteri per individuarli. Non è necessario che una storia sia costituita da fatti accaduti per essere vera, ma può essere vera se parla di chi è realmente l’uomo.

Di una cosa siamo certi, l’Europa e l’Occidente in generale non ne possono più di ideologie e di moralismi.

Alessandra Caneva e Tommaso Cardinale

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