DAL TEATRO DI SIRACUSA

DAL TEATRO DI SIRACUSA: LE SUPPLICI DI ESCHILO

FARE DELLA SOSTANZA BRUTALE DELL’EROS UN’ESPERIENZA UMANA

 
I testi antichi ci parlano, e ci dicono di noi, anche se non lo sappiamo. Perché, pur in forme molto diverse lungo la storia, le grandi parole rispondono sempre alle medesime domande. Di epoca in epoca, essendo noi donne e uomini di questo mondo, vogliamo sapere come affrontare l’avventura della vita, come vivere l’amicizia, come far fiorire l’amore, come reggere alle ferite del dolore, come non naufragare davanti alla morte. Vogliamo sapere insomma come si fa a diventare umani. Qualcuno potrebbe facilmente obiettare che lo siamo già per natura. Ma non è vero. Ad essere donne, ad essere uomini, si impara.
Le tragedie greche in scena quest’anno a Siracusa cercano di dare qualche frammento di risposta alle domande più forti che ci portiamo dentro. Dico ‘dentro’ perché non si tratta di una serie di interrogativi filosofici. Queste domande sono nel corpo, nel nostro corpo, che gioisce quando sperimenta la bellezza di un incontro e si sente lacerato dall’assenza, dalla rottura, dalla mancanza. Per questo le tragedie cominciano sempre dal corpo, ci raccontano di eventi che riguardano i corpi e accadono nei corpi. In particolare, a Siracusa quest’anno si parla del corpo primordiale, il corpo della donna, alle prese con quell’energia che spinge ogni corpo e lo lancia nel mondo: l’energia del desiderio, la potenza di eros.
Il nostro tempo ha conosciuto – rispetto ai tempi passati – un cambiamento enorme. A partire dagli anni sessanta si è diffusa in Occidente una rivoluzione nei costumi sessuali che ha reso i rapporti tra ragazzi e ragazze molto più immediati, consentendo un contatto tra i corpi maschili e quelli femminili impensabile nei millenni precedenti. I corpi si sono avvicinati e si sono toccati non più solo in un’intimità codificata ma sulla scena pubblica, in luoghi come la scuola o la strada. Prima nella città c’erano solo i maschi, e nella casa le donne come madri e come mogli pronte ad obbedire al desiderio maschile. Cinquant’anni fa abbiamo assistito ad un mutamento incredibile, che ha consentito alle ragazze di contattare il desiderio, di vivere in maniera autonoma la sessualità come componente essenziale della crescita personale. Ecco, mi pare che la storia raccontata nelle Supplici abbia molto da dire a questo riguardo (1). Le Supplici sono infatti giovani donne che non vogliono cadere in potere dei maschi, che vogliono decidere in proprio chi sposare, sostenute in questo da Pelasgo, un padre amorevole e saggio. Ma non solo. Sono ragazze che aspirano ad un contatto sessuale come quello di Zeus con la loro progenitrice, Io, amata e la fecondata dal re degli dei con un tocco, con una carezza.
Ci sono molte sollecitazioni per noi in questa storia. Le riassumerei così. supplici1
Le Supplici incoraggiano tutte le donne, tutte le ragazze a rimanere in contatto con il proprio corpo, a decidere del proprio desiderio, a non essere mai schiave o soggette al desiderio dell’altro, inteso come colui che vive l’eros come possesso e come conquista. Le Supplici dicono a tutte le ragazze che esse hanno diritto, sotto qualunque bandiera, cultura o religione, a vivere il proprio corpo nella pienezza della scelta, a sentirsi donne e non oggetti di piacere, ad alzare la voce e la testa dinanzi a chiunque le voglia mettere sotto scacco.
Le Supplici dicono anche, alle ragazze e ai ragazzi, alle donne e agli uomini, che la forma dell’incontro dei corpi, la forma in cui ci si ama, non è indifferente. Che si ha diritto ad aspirare ad un incontro dolce, ad un contatto che sia come una carezza. Che in amore la delicatezza, la comprensione, l’essere associati al ritmo dell’altro, la tenerezza e l’affetto sono componenti fondamentali dell’umano. Da cercare, da desiderare, da non ritenere mai superflue. Perché Io si scioglie in lacrime, ridiventa donna – da mostro che era, mutata orribilmente in giovenca – quando Zeus la sfiora e la ama con il suo tocco. Quando il suo amante la accarezza.
Ma Le Supplici ricordano soprattutto, a tutti i padri, che senza il loro appoggio, la loro protezione, il loro essere adulti accoglienti, il naturale miracolo di un eros femminile fresco e gioioso, consapevole e sereno, rischia di non compiersi. Per essere donne davvero ci vuole un padre che copra le spalle, che non abbia paura del corpo delle figlie, che si faccia loro compagno e protettore nell’avventuroso, esaltante, lanciarsi nel mare del mondo, che può essere crescita e salvezza, ma anche esilio e disperazione.
 
Prof. Antonio Sichera
Docente di Letteratura Moderna all’Università di Catania
 
(1) Le Danaidi fuggono dal matrimonio a loro imposto con i figli di Egitto. Appena sbarcate ad Argo, raggiungono il recinto sacro, dove i supplici hanno un inviolabile diritto di asilo. Esse raccontano la loro storia a Pelasgo, re di Argo, che porta la questione di fronte all’assemblea cittadina. Accoglierle significherà guerra, ma l’assemblea decide a favore delle giovani donne. Queste allora intonano un canto di gratitudine, mentre gli egizi sbarcano ad Argo con l’intenzione di rapirle. Pelagso glielo impedisce. La guerra tra Argo e l’Egitto è ormai inevitabile.
 

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