L’umanizzazione della tecnologia: quando vincono i sentimenti | Maniac

Follia, allo stato puro o forse no. C’è invece qualcosa di davvero logico nella storia di Maniac. A partire dal titolo, la traduzione letterale tradisce il senso del narrato. Si parla di follia, si vive un mondo onirico e quel che resta è un’intensa riflessione sulla realtà.
Due personaggi principali, con un passato complicato e ingombrante decidono di provare l’era della tecnoterapia: una sperimentazione neuropsicologica in grado di sistemare le vite di ognuno combinando la farmacologia alla tecnologia della mente. Un sistema messo a punto da uno scienziato in conflitto con sua madre, una nota psicoterapeuta. Questo sistema terapeutico vuole contestare in pieno la validità dell’ortodossia dei metodi psicoanalitici. Un prodotto per uccidere la propria madre, in sostanza. Tuttavia, è proprio della coscienza materna che ci si serve per costruire un elaboratore centrale per guidare le cavie umane durante il procedimento terapeutico.
A questa sperimentazione partecipano una decina di “soggetti”. Indossano tute e numeri identificativi dispari, dormono in cellette che sembrano quelle di un’arnia e si nutrono di bioalimenti sofisticati come in un film di fantascienza degli anni ottanta. Dall’altra parte del vetro, i promotori dell’esperimento, i loro collaboratori e il grande elaboratore centrale (Gertie).
La storia parla di Owen e Annie, delle loro vite reali, delle loro paure e fantasie ma soprattutto della rievocazione e risoluzione delle stesse. Ma soprattutto parla di amicizia. Lo si capisce alla fine.
Una storia d’amicizia nel senso più pulito del termine, del sentimento vero che unisce due persone; un sentimento non viziato dalla strumentazione tecnologica né tantomeno creato artificialmente.
Perché l’amicizia è la storia di una connessione: così si dice nella prima puntata. “Ogni anima è in cerca di una connessione…è terribile essere soli”.
All’inizio sembra una di quelle serie incentrata sul classico tema della virtualità e della tecnologia, ma poi scopriamo il suo vero messaggio. La connessione di cui si parla è ben più radicata di quella degli algoritmi o delle sovraesposizioni delle onde elettromagnetiche, che durante gli esperimenti si verificano tra Owen e Annie. È il rispecchiamento delle proprie coscienze e dei propri inconsci che rende uniti l’uno all’ altra. Non vi è giudizio, ma solo rispetto.

Owen e Annie

Owen è figlio di un noto imprenditore pieno di soldi e senza scrupoli. Sua madre è una donna anaffettiva e suo fratello è il classico figlio viziato e capriccioso. A seguito di una denuncia per molestie sessuali, il fratello di Owen viene denunciato e in sua difesa nel processo è chiamato proprio Owen a testimoniare. Viene istruito su ciò che deve dire perché la testimonianza risulti efficace e soprattutto affinché non emerga il passato del teste che potrebbe inficiare la validità della deposizione. Owen è un ex paziente psichiatrico (schizofrenia con sintomi psicotici positivi, deliri e allucinazioni visive) e non gode di una buona reputazione. In famiglia viene emarginato e umiliato dai suoi stessi parenti; in un dipinto di famiglia egli non è nemmeno rappresentato: è da solo in una esigua cornicetta accanto al quadro che troneggia nella parete. Per non farlo sentire diverso, la famiglia pagò una sua compagna di classe per stargli vicino e fargli credere di essere normale, anche piacente. Nessuno in realtà considera Owen normale, eppure ora tutti hanno bisogno di lui e delle paroline magiche: che suo fratello non è l’artefice dell’accusa che gli viene mossa. Ne va del suo imminente matrimonio, del lavoro e dell’onore. Owen non regge tutto questo, si ritira nel suo mini appartamento e in preda ancora alle sue fantasie decide di sottoporsi all’esperimento per trovare giovamento prima del processo.
Lì, conosce Annie, una ragazza bionda con occhi vitrei ma sinceri e un comportamento scostante e burbero. Fumatrice, dipendente da farmaci, praticamente una sbandata. Scappa da un passato che l’ha resa un’omicida: sua sorella muore mentre sono in macchina. Una scaramuccia tra sorelle, un attimo di distrazione e lo schianto frontale che lancia il loro furgone giù nella scarpata. Annie si salva e scappa dal suo senso di colpa.

In cosa consiste il protocollo

L’esperimento consiste nell’assumere tre pasticche diverse. Con la prima (la A), i soggetti rivivono i loro traumi, con la seconda (B) si evidenziano i punti ciechi ovvero i loro sistemi difensivi e infine, con la terza (C) si elaborano le situazioni per la loro risoluzione. Durante il lungo procedimento, i due protagonisti diventeranno attori compartecipanti dei propri passati e la sovrapposizione neuronale affascina gli scienziati valutatori. Nessun altro membro è in grado di interagire con gli altri. Perché loro sì?
Una dopo l’altro, gli episodi sono un susseguirsi di sogni misti a realtà rarefatte senza senso che si intrecciano con i vissuti reali. Ambientazioni fantascientifiche, rievocazioni letterarie (come per Il Signore degli Anelli) e cinematografiche (film di spionaggio, film storici), fino a racconti bizzarri e davvero distorti condiscono la narrazione del loro passato. È qui che conosciamo la psicologia di Owen, non solo schizofrenico paranoide con costrutto identitario delirante e pavidità costante, e di Annie, borderline e con tematiche di lutto non elaborato. Loro non sono solo questo. I loro cervelli non sono solo computer che danno un senso alla storia della loro vita, contengono molte più cose ed è lavorare su queste che li renderà liberi.
È nella terza e ultima fase della sperimentazione, che i costrutti traumatici dovranno essere accettati ed elaborati per essere risolti, quindi superati. È difficile per Owen riconoscere che tutte le sue relazioni precedenti non fossero reali e sincere, ma costruite sempre da qualcuno. Meglio le relazioni virtuali, fanno meno male, si corrono meno rischi. Sembra quasi arrendersi a questa realtà quando Annie lo aiuta ad uscire fuori. Complice di ciò è la rottura dell’elaboratore centrale. Qualche tempo prima, durante la prima prova del progetto, Gertie aveva provato dolore per la morte di un collaboratore umano. La dottoressa Azumi aveva riprogrammato il computer con alcuni file di tipo emotivo, dotandolo quindi di quei sentimenti umani capaci di mettere il computer in connessione – in empatia appunto – con i soggetti che stava testando. Ma quando questa compromissione cominciò a dare problemi, si decise di disattivarla col rischio che un tale switch off potesse danneggiare l’esperimento. Per fortuna, i soggetti completarono l’ultima fase e abbandonarono il Centro. Una volta a casa, Owen e Annie provano a rimettere in piedi la loro esistenza. Annie si riconcilia col padre e Owen finalmente testimonia al processo in sfavore del fratello. Come punizione, la famiglia interna nuovamente Owen. Ma Annie, mostrandogli i suoi sentimenti, lo aiuta a fuggire, insieme, proprio come due buoni amici. Qui alla fine vincono i buoni sentimenti su tutto. Parola di Gertie.

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