MALTESE- IL ROMANZO DEL COMMISSARIO

MALTESE- IL ROMANZO DEL COMMISSARIO

IL BUONO CONTRO I CATTIVI: UN CLICHE’ GIA’ VISTO?

Di Danilo Gentilozzi

Sono bastate due puntate della fiction “Maltese. Il romanzo del commissario”, andate in onda lunedì 8 e mercoledì 10 maggio, a far capire agli spettatori che Dario Maltese non è Salvo Montalbano.

La sua Trapani (reale) non è la Vigàta (immaginaria) del protagonista dei romanzi di Camilleri. Maltese è l’ideale di un sano commissario di polizia, che lotta e sgomita per raggiungere la verità sul difficile caso del suo amico fraterno Gianni Peralta, commissario anche lui, ucciso freddamente assieme alla futura moglie in dolce attesa e poi infangato per una presunta questione di “femmine”.

Proprio per questo fatto, ovvero la ricerca della verità a tutti i costi, Maltese risulta da subito molto più simpatico di Montalbano, per poi perdersi nel corso della vicenda appresso a un passato burrascoso e a un ricordo indelebile dell’infamia che ha portato suo padre a suicidarsi.
La nuova fiction di Rai Uno, che terminerà la prossima settimana con altri due appuntamenti (lunedì 15 e martedì 16), si inserisce nel filone della fiction poliziesca che sta spopolando in questi ultimi anni. In più, poiché si parla di mafia, è inevitabile l’aggancio al ricordo incancellabile delle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di cui la Rai si appresta a ritrasmettere in prima serata il film “Era d’estate”, uscito nelle sale cinematografiche italiane nel maggio del 2016.

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Dario Maltese sembra essere l’incarnazione, in un’unica figura, dei due magistrati siciliani uccisi nel 1992. Non ha paura di essere vittima della sua ansia di ricerca e non cede ai ricatti di chi lo vorrebbe lontano dalle indagini spinose che sta portando avanti. Proprio per questo, in alcuni momenti, non sembra molto credibile. C’è da dire, però, che gli sceneggiatori della fiction hanno svolto un accurato lavoro di ricerca sulle fonti, rendendo l’ambientazione e perfino i vestiti e le acconciature dei protagonisti sullo stile della metà degli anni ’70 in cui la fiction è ambientata.

Il 1976 è un anno ibrido: siamo nel pieno delle battaglie ideologiche e dei crimini commessi dalle Brigate Rosse; gli anni di piombo sono cominciati molto prima e il fermento politico-ideologico era più sviluppato nelle grandi metropoli del Centro e del Nord Italia; i delitti più torbidi e maggiormente conosciuti commessi della mafia in Sicilia cominceranno con l’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel 1982. Eppure la fiction si fa apprezzare per un continuo riferimento alle mode in voga in quel periodo. Al commissario Maltese non sembra così sgradito confidare nell’aiuto della carta stampata di sinistra, che spesso tendeva a contrastare e beffarsi degli atteggiamenti borghesi della polizia italiana. Il commento più bello a Maltese proviene dalla giornalista e fotografa Elisa Ripstein che, parlandone con il compagno, lo definisce “uno come noi”.

La storia, almeno fino a metà, si alterna tra continui flashback  dell’infanzia del commissario e azioni investigative al presente. Non c’è la classica velocità di scena che caratterizza Montalbano, ma lo si può comprendere dal fatto che gli episodi del commissario di Vigàta dovevano iniziare e concludere in una sola serata, mentre in “Maltese” gli eventi procedono lenti anche in virtù del fatto che la storia si deve protrarre per quattro serate. Questa lentezza si unisce ad ambienti spesso oscuri, di certo non affascinanti, un tono di voce sempre pacato, in cui le scene di violenza (rapimenti, uccisioni, elettroshock ecc.) piombano inaspettate all’improvviso dopo una serie di sguardi e scambi di battute molto rapidi.

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Di positivo c’è che l’eroe della fiction è buono, anche se caricato di pesanti fardelli che lo costringono a un atteggiamento sempre serio, riflessivo e misurato. Ci sono, poi, alcuni barlumi d’umanità che compaiono all’improvviso, come l’amore del questore Aldo Saura (interpretato da Roberto Nobile) per la moglie ormai malata oppure il desiderio di avere un figlio da parte del giornalista Mauro Licata (intrepretato da Francesco Scianna), nonostante il rifiuto di contrarre matrimonio, visto come istituzione troppo borghese (tipico di quegli anni). Il Male è tutt’intorno, impalpabile ma presente. Dunque, la fiction risulta piacevole, ben scritta e ben girata, ma non aggiunge nulla a ciò che è stato prodotto fino ad oggi. Rimane un puro e semplice intrattenimento, ma poteva essere molto di più.

Gli autori dicono di essersi ispirati a “La Piovra”, eppure è difficile pensare che qualcuno si ricorderà di questa fiction tra molti anni. Ci si ricorderà di “Maltese” solo per la bellezza sensuale e criptica di Kim Rossi Stuart e per il martellamento mediatico in preparazione alla trasmissione, iniziato mesi prima sui canali della Rai e sui cartelloni pubblicitari di mezza Italia. E basta.

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