Mindhunter

Nella mente del serial killer

Chi è che non conosce Quantico? Gli habitué di film e serie tv sanno che è una località della Virginia famosa per ospitare oltre alla base del corpo dei Marines anche quella dell’FBI: Federal Bureau of Investigation o semplicemente: il “Bureau”. Sull’FBI e su Quantico il cinema e la nuova narrazione filmica, incarnata dalle serie Tv, non si sono risparmiati raccontandoci la polizia federale americana e una delle sue sedi più importanti in tutte le sue pieghe. Con film come: “Il silenzio degli innocenti”, “J.Edgar”, “Nemico pubblico” e “Mississipi Burning” o con serie televisive di grande successo quali: “Senza Traccia”, “Criminal Mind”, “Quantico”, “The Blacklist” e “Bones”, solo per citarne alcune ci hanno offerto una visione a 360° delle attività del “Bureau”.

Dopo questa doverosa premessa parliamo di una serie Tv che viene considerata dagli addetti ai lavori e dai critici di primissimo  piano come una delle migliori che siano state prodotte in questi ultimi anni.

Stiamo ovviamente parlando di “Mindhunter”.

Basata sul libro: “Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit” scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas (due ex agenti speciali dell’FBI), l’omonima serie Tv (prodotta da Denver and Delilah e Jen X Production Inc..per Netflix) narra le gesta di Holden Ford, giovane agente dell’FBI e primo vero cacciatore degli assassini seriali che negli anni ’70 disseminarono le strade degli Stati Uniti di cadaveri, il più delle volte di sesso femminile.

Siamo nella seconda metà degli anni ’70, un decennio che per gli Stati Uniti fu durissimo, inaugurato dallo scandalo Watergate che costrinse l’allora presidente Richard Nixon alle dimissioni e proseguito con la precipitosa fuga da Saigon che scrisse la parola fine alla disastrosa guerra del Vietnam.

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È in questo difficile contesto che agisce il giovane Holden Ford, un negoziatore dell’FBI. Holden, all’apparenza fragile, indeciso, titubante, in realtà è un ragazzo che ai sani principi e a un decoro esteriore rappresentato dall’impeccabile look che fa tanto “sbirro” lontano un miglio, contrappone un carattere duro, coriaceo al limite della testardaggine supportato da delle intuizioni geniali.

La seconda metà degli anni ’70 negli Usa si caratterizzarono anche per la comparsa sulla scena criminale di una serie di omicidi seriali. Ed è proprio per combattere questo nascente e pericoloso fenomeno che Holden, dopo avere appurato che le armi in dotazione all’FBI sono spuntate e inefficaci, si adopera per convincere i piani alti del Bureau a rimodulare concezioni, strategie e tattiche al fine di soffocare sul nascere o quantomeno contenere un fenomeno in pericolosa espansione.

“Se non sappiamo come ragionano, non possiamo adeguatamente contrastarli” è l’assunto da cui parte il giovane agente.

Ricevuto il placet dal suo diretto superiore, il burbero ma paternalista Shepard, Holden fa squadra con l’esperto e tormentato agente speciale Bill Tench del reparto Unità Scienze Comportamentali e con Wendy Carr, una professoressa universitaria di psicologia comportamentale impegnata da anni nello studio degli psicopatici.

Se a Wendy tocca la parte teorica del lavoro a Holden e Bill tocca quella pratica e irta di pericoli che consiste nello girare le carceri di massima sicurezza del paese, incontrare i più famosi serial killer (nella finzione termine coniato da Bill Tench) e intervistarli per capire le ragioni psicologiche e morali che li hanno condotti a compiere gli orribili delitti di cui si sono macchiati. Il lavoro sul campo consentirà ai due agenti di disegnare il profilo del killer seriale e cominciare un indispensabile lavoro di catalogazione e codificazione.

Oltre alla difficoltà del lavoro – i ripetuti incontri con Edmund Emil Kemper III, meglio noto come “Ed Kemper” uno dei più efferati serial killer mai apparsi sul suolo americano, mostreranno prima Holden e poi anche Tench, l’abisso di follia e aberrazione dentro cui ha vissuto e operato l’omicida – Holden, Bill e Wendy dovranno fare i conti con la loro movimentata sfera privata che inevitabilmente entrerà in rotta di collisione con l’impegno lavorativo.

Oltre a Kemper, nella prima serie, i tre investigatori – affiancati poi da un quarto agente messo lì da Shepard per controllarli – incontreranno e intervisteranno altri pericolosi assassini seriali il cui minimo comun denominatore è il tormentato rapporto avuto con la madre e con l’universo femminile in genere. Da qui le perversioni sessuali che, nella maggior parte dei casi, hanno fatto da innesco e propellente alla follia omicida.

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Per i tre il lavoro non sarà mai semplice a causa delle tensioni e delle frequenti liti che nasceranno all’interno del team spesso a causa della diversa concezione dello stesso e degli obbiettivi da raggiungere. Infatti, mentre Wendy, essendo una civile, vorrebbe procedere non dimenticando che il risultato finale dovrà avere le fattezze di uno studio accademico, Holden (a volte ma non sempre sostenuto da Tench) che non dimentica di essere un’agente dell’FBI, vorrebbe invece uscire dal campo teorico e dare al lavoro svolto uno sbocco pratico e giuridico in grado di concepire un nuova metodologia d’indagine e quindi più possibilità di contrasto del fenomeno.

La serie ha un impianto classico (ultimamente abbandonato dagli sceneggiatori che ormai privilegiano una narrazione interamente orizzontale inaugurata qualche anno addietro con la bellissima serie: “The Wire”) formato da una robusta linea orizzontale imperniata sulle vite private dei tre protagonisti e da una linea verticale incentrata di volta in volta sull’incontro tra Holden e Tench con il serial killer di turno. Mentre sulla linea verticale c’è poco da dire anche perchè, episodio dopo episodio, si arricchisce di personaggi che danno allo stesso, forza drammaturgica e tensione narrativa non indifferente, la linea orizzontale merita un leggero approfondimento che ci consente di presentare meglio anche i personaggi principali.

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Quando inizia la storia Holden è single. Una sera per caso in un bar incontra Debbie Mitford, una giovane studentessa universitaria completamente diversa da lui; una liberal post-hippie con tanto di Maggiolino Volkswagen d’ordinanza che vede le istituzioni come l’FBI come fumo negli occhi, con la quale avrà un’importante e non sempre facile storia d’amore. Anche la sfera affettiva di Wendy è complicata. Gay non ancora dichiarata, la bella Wendy intrattiene una relazione con lapreside dell’istituto in cui insegna che non vede di buon occhio suo impegno con l’FBI. L’unico che ha una situazione affettiva stabile e tradizionale è il maturo Bill Tench, ma anche lui deve fare ci conti con una situazione che gli procura un dolore immenso. Qualche anno prima non potendo avere figli Bill e la moglie hanno adottato un bambino che però, a causa di qualche antico e ancora non rimosso trauma, non parla. Bill lo adora e, aiutato dalla paziente moglie, lo ricopre di amore e d’attenzioni per riuscire a fargli superare gli antichi traumi, ma con scarsi risultati.

Sono queste tre persone a vario titolo e con diversi gradi di coinvolgimento personale, che ci condurranno nel lato oscuro della ragione, nel buio dove convivono incubi e paure che per alcuni – i più esposti al richiamo del male – trovano poi l’elaborazione pratica nel più efferato dei gesti: l’omicidio. È un viaggio irto di ostacoli perché ci pone al cospetto di quella “zona grigia” presente in ciascuno di noi e ci fa capire quanto labile sia il confine tra ragione e follia, mentre i personaggi in scena cercano di districarsi tra libero arbitrio ed espiazione; rimorso e senso di colpa, spesso senza riuscire a trovare una via d’uscita.

Nell’intro dei dieci episodi della prima stagione per pochi istanti appare un misterioso e inquietante individuo (un classico uomo comune) che da come si muove e da quello che fa ci porta a pensare che sia un freddo serial killer che presto (di certo nella seconda stagione) incrocerà la strada di Holden. Questa trovata drammaturgica, veramente originale, non solo aggiunge interesse e tensione a un impianto narrativo dov’è veramente difficile trovare un momento di fragilità ma è una promessa fatta allo spettatore che già ne pregusta gli sviluppi.

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Prodotta e diretta da David Fincher (Seven, Fight Club) Mindhunter è scritta non bene, benissimo da Joe Penhall e Jennifer Haley (le scene tra Holden e Kemper sono magistrali, così come quelle tra Holden e Debbie) si avvale di un cast di prim’ordine ed ha il grande pregio fin dalla prima scena di catturarti con una narrazione in grado di produrre un bouquet di emozioni, sostenute da una tensione drammaturgica che raramente abbassa il suo costante e altissimo livello. Questo alto grado di qualità si raggiunge solo quando, come in questo caso, scrittura, regia, recitazione, ambientazione e colonna sonora parlano la stessa lingua.

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