Peter il fortunato

La ribellione di Peter Sidenius

Danimarca, fine Ottocento. Peter Sidenius  è un giovane proveniente dalla campagna. E’ il figlio di un pastore luterano, un vicario noto nella regione, un uomo rigido, bigotto che disprezza il mondo. Peter però è geniale, la sua intelligenza reclama il diritto di potersi esprimere senza dover  per questo sentirsi un’anima votata all’inferno.

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Ma il padre non gli lascia scampo. Ammesso all’università di Copenaghen, lascia la casa paterna rompendo con la famiglia.

Non ha soldi, vive di espedienti, lavora in un ristorante, Peter si lega a una cameriera che poi abbandona quando riesce, per un colpo di fortuna, a introdursi nella facoltosa famiglia ebrea dei Salomon.

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Si innamora di Jakobe che per lui prova una passione autentica. Quando il suo progetto ingegneristico viene riconosciuto geniale, Peter si blocca. Muore la madre, non riesce a superare l’impronta interiore lasciata da una educazione religiosa disumana. I sensi di colpa lo lacerano nel profondo e finisce con lo spezzare il cuore anche alla donna che lo ama con sincerità.

Si tratta di un vero, elegante racconto psicoanalitico.
Peter manda all’aria anche la sua sfolgorante carriera, voleva essere diverso da suo padre ma, alla fine, diventa come lui.

Pietro il fortunato è l’adattamento di un romanzo danese in otto volumi, pubblicato tra fine Ottocento e inizio Novecento scritto dal premio Nobel Henrik Pontoppidan.  Il film di Bille August appare  estremamente interessante. Ci racconta  una Danimarca del 1880, classista e dominata da una spiritualità soffocante.

La religiosità imposta, per il protagonista,  s’intreccia ai sensi di colpa per aver deluso le aspettative del padre e a un’angoscia interiore che ha la sua apoteosi con la morte della madre. Una religiosità opprimente, un luteranesimo estremo che considera il mondo irrimediabilmente ferito dal peccato originale.

Ed è contro la fede luterana che l’autore si scaglia. Meno opprimente appare la fede ebraica della famiglia Salomon anche se la passione per il denaro finisce con diventare un elemento di scontro con quelli che sono i reali e più profondi desideri di Peter. Il giovane cerca la propria redenzione.

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Il padre non gli ha lasciato scelta, ma è pur sempre un padre e, sebbene il protagonista cerchi di ignorare le sue sofferenze, rompa con la sua famiglia, non ce la fa. E quindi non gli resta che punirsi, voltare le spalle alla fortuna, all’amore elevato di Jakobe, alla realizzazione dei progetti nati dal suo innegabile genio.

L’orologio del nonno gli ricorda come una ossessione che deve redimersi, che ha peccato, che è destinato alla dannazione eterna tanto più ora che ha deciso di sposare un’ebrea.

L’unico modo per non impazzire è quello di diventare come suo padre. Rompe il fidanzamento, sposa la figlia del nuovo vicario, mette al mondo tre bambini, tormenta l’infanzia del maggiore esattamente come suo padre aveva fatto con lui.

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E allora decide di abbandonare anche questa famiglia, ritirarsi in solitudine. Ormai invecchiato e divorato da un cancro incurabile, chiede a Jakobe di raggiungerlo. La donna, che non si è mai risposata, ha fondato una scuola per i poveri, un’alternativa a quelle strutture evangeliche che allevano i bambini nel terrore dell’inferno. Lei sa come una cattiva educazione possa distruggere una persona.

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Tuttavia Jakobe non rimpiange le sue scelte, se non avesse incontrato Peter, se non avesse conosciuto il suo dolore, la sua vita, ammette, sarebbe stata banale.

Il lungo romanzo in otto volumi si sarebbe prestato a una miniserie. Il film è invece molto lungo. La critica concorda nel sostenere che si tratta sicuramente di un’occasione mancata.

La storia è comunque intensa, elegante, ci fa conoscere aspetti della cultura danese di fine ottocento che hanno determinato il profondo secolarismo odierno. Come reazione a una religiosità senza libertà, imperniata di rigorismo e oppressione interiore, che mortifica la persona fino a farla ammalare.

Il regista Bille August ha ben inserito l’opera in quelli che sono i tratti salienti della cultura contemporanea europea che rinnega con forza il valore della tradizione giudaica cristiana.
“Trova te stesso e non avrai più bisogno di Dio” dice Peter nell’ultima toccante scena. Il risultato comunque è la condanna all’infelicità.

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