QUANDO LA NARRAZIONE TELEVISIVA ANTICIPA LA REALTA’

QUANDO LA NARRAZIONE TELEVISIVA ANTICIPA LA REALTA’

Pochi giorni fa un ragazzo è morto in seguito alle sevizie inferte da due coetanei che, dopo un lungo festino, hanno deciso di volerlo uccidere. Non sono bastati i fiumi di alcol e i mille euro di cocaina a sedare e gratificare, allo stesso tempo, le anime vuote di due studenti universitari romani. Fuori corso e dediti allo sbando delle serate mondane, i due evidentemente non riuscivano a svoltare la serata, come si dice in gergo.
Cercavano l’emozione più forte, quella che sballa, che avrebbe condito una serata troppo noiosa. “Volevamo uccidere per vedere che effetto faceva”, sono queste le loro affermazioni.
Non c’è rispetto, non c’è considerazione dell’esistenza altrui, una sorta di obnubilamento che si origina già dalla struttura emotivo-cognitiva propria del soggetto, ancora prima che assuma le sostanze stupefacenti. È il loro modo di vedere la vita, di pensarla come un videogioco, in cui accumulare punti a tutti i costi ed eliminare i nemici, quelli veri o immaginari, costruiti contro ogni tipo di limite.
‘Vedere l’effetto che fa’ equivale a anteporre il proprio e insoddisfatto bisogno di nutrirsi di emozioni folli, per sentirsi vivi, pieni e quindi presenti in questo mondo: l’altro non c’è, lo si crede facente parte di sé, invischiato in quella bolla esistenziale delirante fatta di illusioni, apparenze e assenza di limiti. Non ci sono i confini tra il sé e l’altro, non si può pensare di parlare di empatia e immaginare come l’altro possa sentirsi: l’altro non esiste, come pure il riconoscimento delle emozioni altrui.
Di fronte a queste notizie, non si può che reagire immaginandosi la sofferenza di chi subisce un reato ma anche la pena di chi lo commette. Perché l’aguzzino è sempre un disadattato, nel termine di chi ha perso le coordinate emotive, cognitive e valoriali.
Ed è su questo aspetto che tutti noi dovremmo riflettere.
Perché questo è solo uno dei casi di cronaca che riguardano i ragazzi e che li coinvolge in prima persona.

Una settimana fa, un giovane napoletano, in compagnia di un suo amico, ha voluto sfidare la morte camminando sui binari del treno. In prossimità di un’importante curva, i due giovani hanno cominciato a scattarsi una serie di foto che li ritraeva in pose terribilmente emozionanti, quelle che ti fanno sentire il cuore in gola, senza il respiro, in una parola sospesi tra la vita e la morte.
Ma la morte lo ha visto protagonista. A 17 anni è riuscito ad avere, finalmente, i riflettori su di sé, sulla sua esistenza apparentemente solare e spensierata, come dovrebbe essere a questa età. E invece, forse c’era troppo buio, troppa noia, troppa solitudine, come la maggior parte dei suoi coetanei; alla ricerca di una luce che si stagli sulle loro teste a illuminare il loro cammino e i passi che impiegano per farlo.
selfieA questo servono i selfie, neologismo d’importazione anglosassone, per indicare il classico autoscatto che li ritrae nel volto del protagonista ma anche nelle smorfie più disparate o in ogni dove; servono a immortalarli nei vari momenti della loro vita, creando un racconto per sé e per gli altri.
Camminare in bilico sui binari per dimostrare più a se stesso che agli altri di avere coraggio è stato il primo pensiero che si sono posti gli inquirenti di questa assurda storia.
È assurda perché non si può morire a diciassette anni per una sciocchezza di una foto e per un’azione così lampante nella sua pericolosità. Possibile che i due giovani non sapessero a cosa andassero incontro? A chi ha giovato tutto questo? A nessuno dei due. Uno è morto, l’altro è in stato di shock.

La riflessione che però ne consegue è tutt’altra: non avevano nulla da fare quei ragazzi, quel maledetto giorno? Solitudine, smarrimento, apatia connessa paradossalmente a una sfrenata ricerca di emozioni forti (sensation seeking) condiscono l’esistenza della nuova gioventù. Il selfie, così di moda, aiuta queste fragili identità a dare un senso a se stessi: il volto ritratto, i like ricevuti, il bisogno di rispecchiarsi nella stessa foto appena scattata sembra essere il motivo di questa scelta.
Una volta si facevano foto per ricordare i bei momenti di un’esperienza (un panorama, un evento, una persona), ora invece ci si ritrae per non perdersi. Un modo per ricordare a se stessi di esserci, fisicamente, tangibilmente, per compensare appunto un’assenza di corporeità delle emozioni, dei pensieri che rendono così vacue le vite di questi giovani.

Il selfie alimenta per un verso il narcisismo gonfiandolo negli aspetti più patologici del termine, nel bisogno di riconoscimento di sé agli altri, nel senso di ammirazione e approvazione, dipendenti dal giudizio altrui che fungono essi stessi da sostegno al narcisista, considerati quindi come appendice.
Ma il selfie richiama fortemente anche quello che viene definito lo ‘stadio dello specchio’ in cui solitamente il bambino tra i sei e i diciotto mesi si scopre esternizzato, come un altro, rompendo così l’esistenza simbiotica vissuta con la madre. Il bambino anticipa, con l’immaginazione, la conoscenza della propria unità corporea utile per la costituzione della personalità. La presenza di una qualsiasi frattura in questa comunicazione madre-figlio comporterà l’inevitabile conseguenza di uno “specchio infranto”, capace così di riflettergli un’immagine di sé frammentata, incompleta, i cui vuoti dovuti alla rottura degli elementi vitrei rimandano alla pregressa indifferenziazione.
specchio infrantoIn tal modo, la frammentazione impedisce all’identità riflessa di non poter essere realizzata perdendosi la giusta rispondenza materna ai bisogni del figlio.
L’immagine frammentata rimanda quindi all’impossibilità di un paradiso perduto, quello fusionale con la madre, irraggiungibile eppure così tanto atteso e ricercato attraverso l’uso di sostanze e l’assunzione di comportamenti disadattativi (di tipo auto lesionistico o etero diretti) in grado soltanto di superare i limiti e le regole.
È con la teoria dello specchio infranto che si spiegano le dipendenze da sostanze e quelle comportamentali, come anche il disturbo borderline di personalità, a cui si ispirerebbero le personalità dei giovani omicidi.

Questo lo avevamo già visto e ne avevamo respirato gli effetti narrativi di una cultura che va verso l’abbattimento di ogni limite dalla corporeità alla coscienza, dalla legge scritta a quella naturale. Limiti considerati avvilenti la vita umana e la sua piena realizzazione. Ciò spiegherebbe perché purtroppo la cronaca si modelli troppo spesso sul disegno delle serie televisive, soprattutto americane, in cui la libertà dei ruoli e delle convenzioni dà vita a personaggi impensabili eppure così nemmeno tanto fantasiosi.
le regoledel delitto perfetto immagineNe sono un esempio Le regole del delitto perfetto, Shameless , solo per citarne qualcuno, in cui i personaggi sono in realtà degli emarginati e in conflitto con se stessi, eppure per un effetto di immedesimazione della loro condizione drammatica, assurgono ad eroi (gli antieroi).
Alla base di questa folle logica del provare nuove sensazioni, oltrepassando i limiti fisici e morali delle cose, sta la presenza di un forte contrasto con una legge reale o simbolica che non sussiste in quanto legata ad una figura paterna vissuta come impotente ad ottenere il rispetto delle regole. La sostanza o l’agito fuori dagli schemi ricrea l’atmosfera sognante e passiva di chi gode di un’identità onnipotente e di un sé grandioso, anche se sfuggente nella sua evanescenza e transitorietà, effetto dell’incomparabile rapporto con una madre attenta, rispondente ai bisogni e alle richieste del piccolo che, in quanto tale, chiede ed ottiene tutto e subito senza alcun accomodamento. La sostanza e l’azione servono a riempire i vuoti della propria identità, i tentativi di risanare lo specchio infranto, per non cadere nell’angoscia della disintegrazione più totale.
Ma la realtà è molto più di una madre, è un padre che spezza l’incantesimo del buon grembo per definire e sancire le regole della società, per aiutare lo sviluppo e la crescita di un individuo in armonia col mondo, ma soprattutto prima con se stesso.
Perché la vita non è un film e quando ce ne se accorge, il dramma supera ogni aspettativa.

Francesca Orlando
Psicologa psicoterapeuta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *