Re:mind

Segreti e bugie sono i protagonisti di Re:mind.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra, recita il Vangelo di Giovanni. In Re:mind, lo scoprono presto undici fanciulle giapponesi, dall’aspetto apparentemente candido e ingenuo, ma che nascondono ciascuna segreti e bugie.

Re:mind è un thriller nipponico dove il ricordo è vissuto a ritroso delle esperienze e delle emozioni.
La drammaturgia nera così tipica del genere thriller è concentrata nei primi dodici capitoli che svelano indizi e simbologie sottili con riferimenti biblici, letterari e psicologici davvero di grande interesse.
L’ultimo capitolo, l’episodio 13, riavvolge come un nastro – non a caso si intitola “Re:wind” – l’antefatto di questo racconto piuttosto complicato.

Dove è ambientato Re:mind?

Undici compagne di classe si ritrovano sedute ad una tavola imbandita ma senza pietanze, con cappucci bordeaux in tinta col tovagliato, e con i piedi bloccati da una sorta di cavigliera, di quelle che si trovano nei musei criminali o nelle segrete di un castello.

Non difforme è l’arredo della sala: bestie imbalsamate, armature medioevali, candelabri spenti, gingilleria varia e quadri appesi ovunque che ritraggono bambine che si tengono per mano ma che sfoggiano uno sguardo triste. Sul caminetto, contornato da candele accese e appoggiato su un vecchio leggio, un libro attribuito ad Hemingway dal titolo Qualunque cosa guardi ti ricorda qualcosa, che diventa il motivo e la soluzione di questo incubo.

In Re:mind il codice etico è alla ricerca della giustizia perfetta

Alla tavola sono sedute undici ragazze ma una sedia resta vuota, quella di Miho. Incappucciate e narcotizzate, ad una ad una si svegliano agitate, si sfilano i cappucci e cominciano a chiedersi il perché di quel luogo.
Allo smarrimento iniziale, fanno seguito una serie di atroci indizi che richiamano alla mente non solo riferimenti biblici o psicologici, ma che rappresentano qualcosa che le lega.
La tavola ricorda infatti il pranzo di benvenuto che le ragazze avevano organizzato in onore di Kage, una studentessa trasferitasi da poco in città e che aveva preso parte della Giustizia Perfetta, una sorta di setta che aveva l’obiettivo di punire tutti coloro che commettevano errori o violazioni morali.
Un modo per ripulire il mondo dalla corruzione e dallo scandalo. Il capo di questo gruppo è Miho, figlia di un importante esponente politico che finisce sui giornali per corruzione e pedofilia, che ben presto vede rovinarsi anche la sua personale reputazione sociale.

Costretta su una sedia a rotelle, diventa un bersaglio facile da bullizzare. Il tentativo di scacciare il male le si ritorce contro e per questo motivo decide di suicidarsi (come in un’altra serie di Netflix). Proprio dopo la sua morte le ragazze si trovano intrappolate in questo incubo da cui non è possibile uscire né salvarsi.

È solo attraverso il ricordo e la rievocazione delle maldicenze e malefatte nei confronti di Miho che è espiare la propria colpa. Ad una ad una, infatti, svaniscono nel nulla. Ognuna di loro ha commesso una cattiva azione nei confronti della scuola, del professore anch’egli imprigionato e che appare in un episodio, ma soprattutto di Miho. Ognuna di loro è colpevole.

Il simbolismo in Re:mind

Sono dodici le sedie, dodici i rintocchi degli orologi ed essi segnano le ore dodici anche se in momenti diversi; c’è l’acqua che sgorga dal pavimento che bagna le gambe della vittima come acqua che monda e che le inghiotte in uno spazio indefinito; c’è l’invasione delle rane e i terremoti come rievocazione biblica delle piaghe d’Egitto; il liquido nero che piove dal soffitto che unge e sporca le loro coscienze ma soprattutto il simbolismo dei piedi incatenati che non permette la libertà di muoversi: è così che si sentiva Miho, costretta sulla sedia a rotelle, inerme di fronte alla loro cattiveria.

Vi è poi la rievocazione letteraria di Hemingway col suo libro che racconta del rapporto tra padre e figlio e quello di Agatha Christie con i suoi “Dieci piccoli indiani” sia per la tavolata che per lo strano modo di farsi giustizia da soli.
Infine, la sala da pranzo, considerata la stanza dove ricevere punizioni, recitare preghiere ed espiare le proprie colpe.

Un epilogo a sorpresa

Alla tavola resta Kumi, amica del cuore di Miho, colpevole anch’essa di non averla saputa difendere dai soprusi delle compagne, quand’ecco che la porta si apre ed entra incappucciata una ragazza sulla sedia a rotelle.
Allora Miho non è morta e non si nasconde dietro alla testa di cervo imbalsamata che il professore di ginnastica aveva provato a distruggere pur di uscire.

Non è Miho, è inaspettatamente Kage. Ma come, non era sparita anche lei? Possibile che dietro a tutto questo vi sia lei? E perché?

Kage è la sorella segreta di Miho e i riferimenti dei quadri alludono a questa unione di cui nessuno era a conoscenza. Lo sguardo triste dei dipinti rimanda a un rapporto inconsapevole, poiché Kage non ne era a conoscenza, se non solo dopo la sua morte.

Chiamata a partecipare alla setta, comprende pian piano che le compagne di classe hanno ciascuna segreti e bugie, e un proprio interesse nell’amicizia con Miho, che decade quando lei perde la dignità a seguito della reputazione paterna.

Dopo la scomparsa di Miho, Kage si vuole vendicare ed organizza il sequestro e tutto quel che segue.
Colpevole più delle altre, Kumi è quindi destinata a morire con maggiore sofferenza.
In un gioco perverso con tinte psicotico-deliranti, Kage decide anche per la morte della compagna e del suo suicidio, perché tutto deve essere perfetto e in ordine.
Tutto deve avere un senso.

Come cambia il mondo quando si svela un segreto?

Questa è la domanda che Miho pone a Kage poco prima di andare alla cena di inaugurazione per l’entrata di Kage nella setta. Ma soprattutto: “perché Dio ha scompigliato l’ordine in cui ci siamo conosciuti?” si chiede Kage.
È andato tutto storto e ogni cosa ora deve trovare una collocazione. Secondo una logica ben precisa che richiama intenti onnipotenti e ossessivi.

Miho e Kage, sebbene sorelle a distanza, conservano una medesima linea di comportamento. Miho in quanto leader carismatico, convince le altre a rispettare un  personale codice etico in cui solo lei avrebbe potuto essere fidanzata e nessun segreto avrebbe dovuto esserci tra loro.

Twittare eventi riprovevoli con lo scopo di ripulire il mondo vengono dal suo bisogno maniacale di mettere ordine nella realtà, perché secondo lei la vita è davvero ingiusta: “il mondo dovrebbe avere più giustizia, perché vive chi non lo merita”, riferendosi al proprio padre e al ragazzo che ha causato la morte della sua migliore amica.

È propriamente l’ottica delirante e a tratti paranoica di chi non accetta la propria condizione e tenta davvero il tutto e per tutto per non subire il giudizio altrui. Ma la frustrazione è davvero tanta e un narcisismo ferito fa più danni di qualsiasi altra cosa: non reggendo l’umiliazione nel gruppo classe così come quella mediatica nei confronti del padre, Miho preferisce il suicidio.

Kage, fredda e irrazionale, si convince di dover continuare l’opera della sorella per sentirsi sempre più vicina a lei: agisce con mezzi più sadici di un misero tweet. Il passaggio da ciò che è riprovevole a ciò che è più seriamente pericoloso è subito fatto. Mantenersi impigliate in segreti e bugie è la regola di Miho e nessuna può sottrarsi: interessarsi ai segreti altrui e ignororare i propri.

Il proprio mondo interno così defraudato dal controllo di un singolo al punto da ignorarlo, conviene solo a chi è spaventato del proprio, che proietta all’esterno ciò che non è in grado di accettare. Miho e Kage sono legate da un destino terribile, che le vede così impegnate a pretendere rispetto e perdono dagli altri da rimanere immobili ad ogni moto di pietà e di umiltà.

Anche La scimmia pensa ha recensito Re:Mind. Quale recensione preferisci?

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