TALE E QUALE SHOW 2015

TALE E QUALE SHOW 2015

NON PIU’ IMITAZIONE MA IDENTIFICAZIONE

 

Torna a mietere successo il programma di Carlo Conti e della sua esilarante giuria, composta quest’anno da Lippi, Proietti, Goggi e Brignano, impegnata a votare le performance più belle. I protagonisti si cimentano in prove di canto e di ballo, seguendo fedelmente le caratteristiche fisiche e talentuose dei personaggi loro assegnati. Un team di esperti truccatori, insegnanti di danza, di canto e di imitazione completano la preparazione dell’artista, secondo una prospettiva che non è solo caricaturale, ma che rimanda a un più ampio e complesso riferimento all’uniformismo sociale.

Nel concetto di uniformismo coesistono alcune sfumature gnoseologiche che concorrono a definire quel senso di appartenenza agli altri, vissuto troppo spesso come inevitabile, per piacere, per contagio o per potere. L’uniformismo, in sé, trova nel sociale diverse espressioni. Prima fra tutte è quella del gruppo dei pari, in cui i giovani – accanto all’esperienza familiare e scolastica – trovano nei coetanei il massimo riconoscimento identitario. Vivono in gruppi, come animali da branco, e condividono codici e modelli simili e riconoscibili tra loro, incomprensibili agli altri, specie se adulti.
Il bisogno di separare gli spazi che non sono solo fisici, ma anche emotivi, determina la concezione discriminatoria dell’altro da Sé, che è diverso perché non segue le norme del gruppo, e che quindi va emarginato. Ci potremmo addentrare in infinite riflessioni sugli aspetti sociologici, politici e religiosi dell’uniformismo. Quel che qui interessa è la causa di questa particolare equazione mentale che ancora deve mettere tutti d’accordo.
I motivi di questa tendenza possono essere rintracciabili in ragioni consce e inconsce a largo spettro. Tra queste, il bisogno di accettazione dai componenti e dal leader – cioè il padre – con cui si rielaborano dinamiche riemergenti dal passato; l’evitamento della solitudine; la percezione di sicurezza dall’esterno e – nei confronti di chi il gruppo lo crea – una crescita di potere; e infine, la possibilità di gratificare impulsi e fantasie negate dal singolo a livello cosciente.
Quando i concorrenti si prestano alla ricostruzione fedele del personaggio da imitare, non ne mimano solo la voce ma ne assumono anche l’aspetto fisico finanche l’atteggiamento: non si tratta quindi di un comportamento imitativo fine a se stesso, di una scimmiottatura o parodia, ma a ben guardare anche di una posizione che minimizza le differenze personali con la conseguente perdita della propria unicità.
Il messaggio veicolato dal programma sembra seguire la tendenza sociale di preferire di somigliare all’altro, secondo un sistema di imitazione e identificazione utili per trarne vantaggio, il successo o il potere. Inconsapevolmente, il programma lancia il monito collettivo di un adattamento alla realtà dell’altro, suggendone ogni piccolo nutrimento a scapito della propria linfa vitale. Si è quindi accettati per come si è recitato il proprio personaggio assegnato, piuttosto che dimostrare il talento per quella o l’altra dote. Inconsapevolmente, perché il programma ha il pregio di intrattenere lo spettatore grazie a una spettacolarizzazione costruita ad arte: agli elementi coreografici si uniscono quelli corali e recitativi che rendono il prodotto meritevole e interessante, non foss’altro per gli alti indici di ascolto che li riguardano. Un buon prodotto, però, che porta a riflettere sull’assunto che è alla base.
Ma queste sono le regole del gioco e qui non c’è margine di scambio per esprimere se stessi, non c’è appunto libertà di scelta.
Come fare, allora, per riappropriarsi della propria unicità? Per lasciare che questi messaggi rimangano relegati alla scatola televisiva e non si diffondano oltremodo nel comune modo di pensare?
È difficile certamente credere di arginare una moda che va avanti da tempo: il ricorso ai canoni estetici della moda e dello spettacolo, in questi anni, ci hanno reso troppo dipendenti e condizionati da un sistema di regole tacitamente approvate, e di cui beneficiano soprattutto ragazzine in via di sviluppo. Forse un modo c’è, ed è riflettere proprio su un programma come questo, segue la tendenza del momento, anche se ricorre a strumenti di ironia e spettacolarizzazione per mimetizzare, appunto, il suo vero intento.
Lo spirito di indipendenza dai fattori uniformanti può dunque essere elicitato dalla capacità di reagire all’incipiente possibilità di perdere la propria libertà di scelta.
La rivendicazione della propria differenza può servire, quindi, come ultima risorsa per conservare l’integrità psichica che altrimenti si spenderebbe in rigide forme di pensiero come il pregiudizio o la discriminazione sociale.
Voler essere indipendenti per desiderare di essere unici, quindi.
Ed è nella valorizzazione delle caratteristiche personali che l’individualismo può trovare la sua massima espressione.
Che sia questa la molla ispiratrice di tanti altri programmi che puntano sul talento personale?

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