The Crown

The Crown never loses

Dieci ore tra le mura di Buckingham Palace, tra gli splendidi giardini di corte, nelle stanze private popolate da valletti e domestici, con una magnifica ricostruzione  di ambienti, costumi, dialoghi, reazioni emotive dei membri della casa reale, da re Giacomo a Elisabetta II,  in un arco temporale che va dalla  fine della seconda guerra mondiale agli anni ’60: ecco cosa ci ha offerto questa raffinatissima serie.

Come non apprezzare? Come non rimanere stregati, intrigati da un racconto che si serve di una poetica eccellente? Casting straordinario, direzione perfetta, scrittura superba. Si parla della più grossa produzione originale di Netflix, oltre 100 milioni di sterline spesi, che si vedono tutti.

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Anche se nell’intero arco narrativo sembra prevalere la travagliata storia d’amore tra la principessa Margaret (Vanessa Kirby) e il colonnello Townsend (Ben Miles), in questa serie, è la Corona ad essere raccontata, tutto ciò  che è giusto o sbagliato passa in secondo piano, il bene e il male non esistono, sentimenti e desideri neppure, esiste solo un più alto senso della dignità del ruolo.

Esiste solo la Corona.

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Nella fissità magnetica dello sguardo di Elisabetta II, (Claire Foy) è racchiuso il cuore di questa serie. L’annientamento quasi totale di una donna destinata a diventare regina che deve, per le ragion di stato, mettere il suo ruolo davanti a tutto: l’amore per i bambini, Carlo e Anna, l’amore per il marito, il principe Filippo (Matt Smith),  che ha sposato non perché costretta ma per scelta, l’affetto per la sorella Margaret, alla quale deve vietare il matrimonio con il colonnello Townsend  perché divorziato.

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La Corona è un passo avanti a tutto, così anche del mondo che sta cambiando si sente solo l’eco sbiadita di un’opinione pubblica appassionata dai drammi d’amore dei reali, ma nessun accenno alla  scristianizzazione profonda, alla secolarizzazione della società inglese nella quale oggi, secondo l’arcivescovo di Canterbury, la fede cristiana è in preoccupante via di estinzione.

Si racconta la Corona, i suoi doveri, le logiche stabilite da un governo despota e da una Chiesa Anglicana che rivendica il suo ruolo.  Sembrerebbe che anche il punto di vista, la vision degli autori abbia fatto un passo indietro di fronte alla Corona.

Non è proprio così.

La serie è un’autocelebrazione della monarchia e della cultura laicista inglese, quel che rimane della Chiesa d’Inghilterra appare infatti una palla al piede, una tradizione obsoleta capace solo di imporre regole ma non sostanza, di provocare infelicità senza trasmettere il senso profondo di realtà sacre come, per esempio, il matrimonio. Ma come si sia arrivati a questo punto non interessa, se ciò rappresenti un bene o un male non viene neanche considerato, in nome dell’interesse drammaturgico principale: la Corona.

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La serie, quindi, al contrario di un pari capolavoro come Downtown Abbey, manca di qualunque autocritica, per questo è solo auto celebrativa, la monarchia è indubbiamente ancora molto amata dal popolo britannico. L’elemento storico, profondo, sociale, internazionale non viene trasmesso, cosa che non è successa anche con il pluripremiato Il discorso del Re.
In questo mondo chiuso, si muove un  Churchill veramente riuscito, un gigante che non comprende che per lui the time is over, e che crea un emozionante rapporto di amicizia con il ritrattista.

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