True Detective 3

 

True Detective 3: 1980, 1990, 2015. Tre livelli temporali di racconto. Il filo rosso è una ossessione più che un giallo irrisolto.

I detective Roland e Wayne  tornano a indagare per tre volte durante la loro lunga esistenza. La forza trainante la dà Wayne,( un grande Mahershala Ali). Il detective Roland lo segue pur non volendo, perdendo l’uso della gamba, uccidendo un uomo, la seconda volta.

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Poi i due si separano e, quando i detective sono anziani e in pensione, Wayne torna a cercarlo.

La demenza senile, che lo rende fragile e incapace di badare completamente a se stesso, vivifica i  ricordi del passato. Lui, nero, reduce di guerra, è un uomo in perenne ricerca del senso profondo della vita. Una  ricerca che non ha approdo, che lo rende perennemente inquieto, riflessivo, disincantato, terribilmente attraente quasi riflettesse su di sé una condizione umana che ci accomuna tutti.

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Il detective Roland, aspetto da gringo, superficiale, sboccato, non resiste al fascino del suo partner. Ne ammira l’intuito, l’intelligenza, il tormento.

Roland segue Wayne  in queste tre tappe della vita e, alla fine,  quando trovano uno dei colpevoli, non hanno più l’autorità per arrestarlo.

Concordiamo con chi sostiene che non è il giallo il centro drammaturgico di questo ennesimo capolavoro di Pizzolatto. Lo scioglimento del caso di True detective 3 arriva tardi e ci porta molto lontano da quello che potevano far presagire le premesse: pedofilia, complotto.

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La morte del fratellino di Julie è stata causale e la bambina è stata venduta da una madre degenere a una donna impazzita di dolore dopo aver perso la propria figlia.

Sono le atmosfere quelle che contano in True Detective 3, le riflessioni filosofiche che escono dai brevi, secchi, monocordi dialoghi dei due detective.  Navigano nelle acque dei grandi temi dell’esistenza senza arrivare ad approdi sicuri.

Il caso dei bambini scomparsi, per Wayne, ha scandito la sua intensa e lunga storia d’amore con Amelia. Di lei, giovane maestra della scuola locale, si era innamorato all’inizio del drammatico caso.

La sente leggere agli studenti Tell me a Story, una celebre poesia di Robert Penn: “Raccontami una storia. Fanne una storia di distanze grandi, e di chiarore stellare. Il nome della storia sarà il Tempo, ma non devi pronunciare il suo nome. Raccontami una storia di delizia profonda.”

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E insieme, lei con il desiderio di far uscire “la voce aveva dentro” e lui di risolvere il caso, vivono una vita matrimoniale intensa anche se molto burrascosa. Perché entrambi cercavano la stessa cosa, il senso più profondo e inafferrabile della vita, entrambi vivevano la stessa frustrazione di vederselo sfuggire di mano ogni volta.

Lui l’amava al punto da rinunciare alla carriera per non sbarrarle la carriera di scrittrice. Da anziano, ormai demente, nell’ultima puntata, proprio un particolare del libro della moglie lo porta allo scioglimento positivo della storia.

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Julie è viva, si è sposata, ha una bambina che si chiama Lucy come la donna degenere che dette via la figlia tanti anni prima. Ma quando Wayne le trova, si perde definitivamente nella sua malattia.

Una metafora molto efficace quella dell’ultimissima scena di Wayne, giovane soldato, perso nella giungla del Vietnam.

True detective 3 è un dramma psicologico più che un giallo, che riflette sulla condizione umana e sull’incapacità che spesso abbiamo di afferrare e vivere la felicità.

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