UNBELIEVABLE

Unbelievable, una storia vera

di Francesca Orlando

Come vi sentireste se nessuno credesse a un evento traumatico di cui siete stati vittime? Marie Adler è un’adolescente, residente in una comunità di recupero per giovani problematici. È mattino presto quando gli agenti arrivano a casa sua a raccogliere la sua testimonianza.

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La ragazza è scossa ma riesce a raccontare una storia che fin da subito appare assurda. Un uomo incappucciato è entrato, di notte, nel suo appartamento, l’ha legata con delle stringhe che le appartenevano e, dopo averla bendata, l’ha violentata. Ha usato tutte le precauzioni possibili, facendo lavare le vittime dopo lo stupro e cancellando ogni traccia dal luogo del reato.

Un uomo misterioso che nessuno ha visto e che, in forza dei suoi astuti accorgimenti, non ha lasciato alcuna traccia. Un caso difficile ma non impossibile, se non fosse per il passato della vittima.

La sua vita così turbolenta, da una casa affidataria all’altra, non le ha risparmiato di subire ogni tipo di violenza e sopruso, una ragazza ferita e forse per questo anche un po’ arrabbiata. Un buon movente per pensare che tutto quello che racconta sia stato inventato, così giusto per attirare l’attenzione.

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È quel che pensa anche una delle madri affidatarie, preside in un liceo, una donna all’apparenza schiva e poco empatica alle reali necessità di Marie. Non è dello stesso avviso la precedente madre affidataria, più incline a sentire che qualcosa in Marie non va.

Due madri ma nessuno che la protegga. Perché Marie quella notte ha subìto una doppia violenza, quella dello stupratore e quella della giustizia. I detective che conducono le indagini insinuano i loro dubbi costringendola ad ammettere di aver inventato tutto.

La credibilità della ragazza si è ormai compromessa e tutto cambia. Dai social partono messaggi denigratori che la isolano sempre di più, facendola inciampare nel suo stesso dolore. È così che Marie perde il lavoro, la fiducia negli altri e la stima di sé. Poi arriva l’avviso di garanzia e Marie viene denunciata per falsa testimonianza; deve comparire in giudizio, dove patteggia dichiarandosi colpevole.

 

Tre anni dopo, a distanza di chilometri, in due diversi distretti di polizia, due detective uniscono le loro indagini per condurre un’unica pista: arrestare uno stupratore seriale.

Sono due donne, diverse tra loro, ma determinate nel loro lavoro. I loro team sono efficienti e grazie all’aiuto della tecnologia in dotazione, lo stupratore viene finalmente individuato e arrestato. Nella sua abitazione vengono rinvenute le prove: files, video, fotografie e indumenti intimi meticolosamente conservati. Tra le foto, una desta l’attenzione delle due donne. Una vittima giovane, la più giovane tra tutte.

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Dopo aver contattato l’ispettore che si era occupato del caso, la sua vicenda si riapre stravolgendo la vita di molte persone. A Marie Adler viene finalmente riconosciuta la sua credibilità, il risarcimento per le vittime di stupro e dopo una controdenuncia, vince nel contenzioso con il Comune. L’incubo è finito ed ora può pensare a vivere la sua nuova vita.

Quella di Marie Adler è una storia vera, la serie ripercorre fedelmente tutti i passaggi di questa assurda vicenda giudiziaria. È anche la storia di molte donne che si vedono costrette a ritrattare in seno alla vergogna di non essere credute, quando i fatti non tornano.

Allora, i ricordi si affievoliscono e tutto quello che viene suggerito sembra aderire al vero. Fin quando diventa parte di noi e ci crediamo. Questa estraniazione dei ricordi e delle sensazioni, che quando arrivano vengono ricacciate dentro come idee moleste, diventa il mostro da cui le vittime devono difendersi per apparire più credibili.

Perché è difficile concentrarsi su una storia che non dà elementi ed è più comodo risolverla negandola. L’errore dei due ispettori è la reazione più tipica della società, quella di girarsi dall’altra parte per far finta di niente.

Non conviene. Come ebbe a dire la madre affidataria, attenta più alla formalità della cosa che alla sostanziale verità. La reazione delle due ispettrici è stata invece quella di unire anziché dividere, di avvicinarsi alle vittime anziché svalutarle, di credere anziché desistere.

 

Quindi di sperare, ancora. La riflessione di Marie dell’ultimo episodio è molto toccante e spiega l’importanza del sentirsi considerate, anche da lontano: “Quando ho visto due persone che sono dall’altra parte del paese, che mi cercano, fanno la cosa giusta … più di ogni altra cosa, più di lui che viene preso, più dei soldi che ho avuto, è aver sentito parlare di voi che ha cambiato tutto, per me (…) perché voi l’avete fatto per me”.

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