ANALISI E CRITICA TELEVISIVA AD ALTA DEFINIZIONE

NARCOS 3 (Netflix)

“Mettetevi l’animo in pace, non si può vincere, non si vincerà mai"

di Mario Falcone

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È quanto dichiara nel penultimo episodio di Narcos 3 l’agente della DEA Javier Peña, ora protagonista unico e deus ex machina dei dieci episodi che compongono la terza stagione. Mai verità fu più acclarata.


Nelle prime due stagioni di Narcos, tutte imperniate attorno alla caccia alla mitica e diabolica figura di Pablo Escobar, l’unico vero grande re del traffico di cocaina, avevamo avuto la speranza che si potesse in qualche modo porre un freno alla produzione e allo smercio della cocaina, la droga per eccellenza.

Con la terza stagione, invece, i bravissimi sceneggiatori di Narcos ci dicono a chiare lettere che contrastare il traffico di cocaina è uguale a tentare di svuotare l’oceano con un secchio. Praticamente impossibile, almeno fino a quando, la richiesta di cocaina proveniente dagli Stati Uniti viaggia nell’ordine delle migliaia di tonnellate annue. Fin quando gli esponenti del mondo dello showbiz, della finanza, della moda e delle professioni (i maggiori consumatori della “bianca”) continueranno a richiederla per movimentare serate o avere la spinta giusta per concludere affari, l’enorme flusso della polvere bianca non potrà arrestarsi mai e non bisogna essere degli economisti per capire che si tratta della semplice regola della domanda e della offerta.


Il cartello di Cali è un  mostro a più teste, un nemico più potente e più subdolo di Pedro Escobar.  Peña e i suoi coraggiosi agenti si battono per sconfiggerlo aggirando regole, forzando le procedure, (non scordiamoci che la DEA in Colombia non avrebbe sulla carta alcun potere giuridico e giurisdizionale effettivo), e cercando di trovare all’interno degli apparati istituzionali colombiani (politica, esercito e polizia) quelle rarissime mosche bianche che vivono e operano, loro malgrado, in mezzo a una miriade di insetti che ingrassano incollati a vita nella carta moschicida della corruzione messa in atto dal cartello stesso. I coraggiosi agenti  sono  disposti a rischiare vita, famiglia e carriera pur di combattere il narcotraffico, vero cancro di un paese bellissimo ma ormai completamente infettato dal morbo bianco.

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I narcos di Cali, rispetto a Pablo Escobar e alla sua estemporaneità sinistrorsa, che gli suggeriva di redistrubuire la ricchezza per ingraziarsi e cercare complicità e protezione in quel pueblo da cui proveniva,  sono avanti anni luce. Veri manager del crimine, ai caballeros del sud della Colombia non passa neanche per l’anticamera del cervello di redistribuire ricchezza o cercare consensi. Al massimo finanziano squadre di calcio, come l’“America” di Cali, che milita nella serie A del campionato di calcio colombiano.


Sono talmente potenti da permettersi non solo di finanziare la campagna elettorale del Presidente della Repubblica ma anche di scendere a patti con la politica e dettare le condizioni di una finta resa, per poi potersi godere in santa pace il frutto delle migliaia di miliardi di dollari con cui hanno intasato i caveau dei vari paradisi fiscali sparsi nelle isolette del Mar dei Caraibi. Il tutto sempre e solo per evitare l’incubo ricorrente di ogni narcotrafficante che si rispetti: l’estradizione negli Stati Uniti.


Stati Uniti che, da un lato, gettano nella lotta al narcotraffico miliardi di dollari e vite umane e, dall’altro, tollerano il bacio avvelenato che si scambiano narcos e politici o addirittura vedono di buon occhio e – tramite la Cia – finanziano le organizzazioni paramilitari che combattono contro i guerriglieri marxisti delle Farc, che dalla cocaina traggono il loro maggiore sostentamento economico per compare armi e pagare protezioni.


Inizialmente Narcos 3  aveva dato l’impressione di essere partita con il freno a mano tirato. Reduce dalle due stagioni in cui la caccia a Pablo Escobar aveva messo in campo così tanta carne al fuoco in termini di tensione narrativa, colpi di scena, profondi cambiamenti dei personaggi principali e finali scoppiettanti, l’avvio in sordina della terza stagione - che ha costretto gli sceneggiatori a usare almeno due episodi sull’altare di un mega set-up - aveva lasciato  perplessi, ma poi, quando i giocatori sono stati schierati sul campo e le trame di gioco sono state dichiarate, la serie è letteralmente decollata avviandosi verso il finale di stagione in un crescendo continuo di emozioni e colpi di scena e, anche se alcune trovate drammaturgiche sono apparse scontate, il risultato finale è stato ottimo con  un rilancio verso una quarta stagione che promette grande spettacolo.

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Eh, sì, perché non dimentichiamo che anche Narcos è uno show televisivo, concepito per tenere incollato lo spettatore alla poltrona, anche se tratta di due temi di una grandezza e di una difficoltà spaventose come il Potere e la Corruzione che da esso ne deriva (la cocaina è solo un mero strumento).


Narcos 3 è scritta bene e recitata meglio. Location e musiche sono perfette. Tutto è credibile e non si ha mai l’impressione di una lettura forzata della realtà. A differenza di altre serie in cui si corre il rischio di mitizzazione del male (il riferimento a Gomorra è casuale e non me ne vogliano i tantissimi fans della popolare serie di produzione nostrana) in Narcos, nonostante la premessa iniziale scaturita dalle amare e sincere parole pronunciate dall’agente della DEA Javer Peña, non solo il male non viene mitizzato ma combattuto, al fine di dare allo spettatore quel risarcimento morale che si manifesta nella presenza di qualcuno che “quantomeno ci prova a combattere il male” e non a limitarsi a subirlo e ad accettarlo con rassegnazione.


Insomma, più e meglio di tanti pseudo saggi sulla cocaina, più o meno famosi, che in questi anni hanno invaso i banchi delle librerie, spesso scritti senza avere mai messo piede in quella porzione di foresta Amazzonica che compete alla Colombia e in cui si coltiva la pianta della coca, Narcos 3 ci offre una spietata fotografia di uno dei business su cui si impernia il Pil dell’intero pianeta. Ed è una foto nitida che ci fa anche pensare e riflettere. Ciò che dovrebbe fare la Tv, ma non sempre fa o per malafede o per manifesta incapacità.

 

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