ANALISI E CRITICA TELEVISIVA AD ALTA DEFINIZIONE

MASTER OF NONE

LA COMMEDY NELLO SCENARIO POST MODERNO

 

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Il 12 maggio 2017 il servizio di streaming online Netflix ha proposto ai suoi utenti la seconda stagione di “Master of none”, apprezzata serie americana premiata agli Emmy e definita dal New York Times come “la migliore dell’anno”.

E’ pertanto arrivato il momento di tirare le somme per comprendere le ragioni del successo di questa comedy garbata e fuori dagli schemi.

Con la prima stagione Aziz Ansari, attore comico e cabarettista, nonché ideatore e regista della serie ha sorpreso il pubblico proponendo dieci storie dal sapore tragicomico, dieci cortometraggi apparentemente slegati l’uno dall’altro, incentrati sulle relazioni di coppia, sulle velleità artistiche del protagonista Dev Shah (che sogna di diventare un attore di successo) e sui pregiudizi legati alla sua origine indiana nell’America del “dopo 11 settembre”. Nella prima incarnazione il tessuto connettivo, la trama orizzontale che funge da collante per ciascun episodio è la storia d’amore con Rachel, rapporto naufragato a conclusione della stessa per l’incapacità del protagonista di assumersi le sue responsabilità.

All’inizio della seconda stagione ritroviamo Dev che, nel tentativo di sanare la ferita e di fronte al naufragio della sua carriera professionale di attore, decide di concedersi una vacanza in Italia per imparare a cucinare la pasta ed aprirsi ad una nuova cultura, lasciandosi alle spalle il caos e la frenesia della metropoli newyorkese. Già da questa premessa è possibile rinvenire una costante nel comportamento del protagonista, una tensione che pervade e contraddistingue l’intera serie e che si eleva a metafora dell’uomo della postmodernità: il desiderio nonché la difficoltà di stabilire una relazione empatica con il prossimo nel tentativo di trovare un punto fermo, un appiglio per sanare una precarietà, un’incertezza non soltanto lavorativa e professionale, quanto esistenziale.

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Questa ricerca incessante, questo slancio dagli esiti infruttuosi, desta interesse, proprio perché, pur nella veste comica qui proposta, riflette la condizione reale dell’uomo postmoderno, ed in particolare del trentenne insicuro e alla ricerca di un solido punto di riferimento in grado di colmare il proprio senso di vuoto e di precarietà. Il soggiorno modenese, che apre il primo episodio della seconda stagione, diventa così l’ennesima opportunità riservata al protagonista per aprirsi ad altre esperienze e conoscere nuove persone nel tentativo di lasciarsi alle spalle il passato. La scelta del bianco e nero per la trasferta italiana della prima puntata testimonia la cinefilia raffinata di Aziz Ansari che omaggia il contributo cinematografico di Woody Allen degli anni ’70 del Novecento e (in maniera piuttosto sterile) il neorealismo italiano.

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Non mancano sketch caricaturali e l’esaltazione di alcuni luoghi comuni italiani, declinati tuttavia con garbo e leggerezza, (le canottiere dei cuochi macchiate di pomodoro, il calciatore elevato ad idolo e il carabiniere ignorante che si ferma a mangiare gli spaghetti a casa di una sconosciuta). Epicentro e collante della nuova serie, composta anch’essa da 10 episodi, è il rapporto di amicizia tra Dev e Francesca (interpretata da Alessandra Mastronardi), ragazza conosciuta in Italia e nei confronti della quale il protagonista nutre un sentimento ambivalente, un’ interesse al quale non sembra capace di dare un nome fino alla fine.

Anche in questa nuova incarnazione ogni episodio costituisce un’entità chiusa, un espediente questo che, pur non garantendo una significativa evoluzione nella drammaturgia, permette al regista di approfondire in chiave umoristica i molteplici aspetti della quotidianità di Dev, come anche di ciascuno di noi: dalla vacanza in un piccolo centro come fuga dal caos e ricerca di una nuova dimensione (anche esistenziale), alle chiacchierate con l’amico Arnold su amore, carriera, cibo e rimpianti del passato, dalla difficoltà di conciliare i comportamenti e le scelte individuali con i dogmi e i dettami della fede islamica (e in generale della religione vissuta solo come sterile adesione ad un insieme di precetti), alla ricerca dell’anima gemella tramite chat, intesa come fuga dalla realtà caotica della New York alla quale il protagonista ritorna dopo la seconda puntata.

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Ansie, frustrazioni, velleità artistiche, impossibilità di dare un ordine al caos sono elementi che contraddistinguono anche questa seconda stagione, nella quale umorismo garbato e raffinato ed esigenza di confronto coesistono. Gli autori di Master of none, in sostanza, sono portatori di una visione autoriale della comicità, di un’istanza riflessiva che, oltre a suscitare nello spettatore un sorriso, intende porre alla sua attenzione tematiche attuali, ma soprattutto universali che si condensano nella problematica ed ideale ricerca di una sfuggente stabilità. L’incapacità di Dev di compiere una scelta, di fronte all’ampio spettro delle possibilità che la vita gli pone d’innanzi, riflette la crisi dell’uomo postmoderno, il suo timore di far naufragare le poche, labili certezze conquistate a fatica nel mare di una nuova, profonda incertezza.

Crisi di identità ed insicurezza sono anche il let motiv del’episodio intiolato “Il Ringraziamento (Thanksgiving) Chi siamo agli occhi nostra madre?”, dove affronta il tema dell’omosessualità attraverso il rapporto conflittuale di Denise, la migliore amica di Dev, con la sua famiglia di origine.

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Nelle ultime puntate Dev riceve l’inaspettata visita di Francesca a New York. Ma proprio quando Dev si apre a Francesca esprimendole i suoi sentimenti, la stessa le rivela che sta per sposarsi. In Dev, che nel frattempo sperimenta nuove sconfitte in ambito professionale, si apre allora una nuova, cocente ferita: ancora una volta il destino beffardo si accanisce su di un uomo che non vuole affrontare la realtà per paura di sbagliare. Da questo epilogo è possibile trarre moltepilici conclusioni: se da un lato infatti il proposito degli autori di affrontare con tatto, garbo e leggerezza, tematiche di significativa rilevanza psico-sociale è degno di lode, dall’altro rispetto alla precedente stagione non si registrano evoluzioni significative nella drammaturgia.

Dev subisce la stessa sconfitta umana e professionale della passata stagione ed è costretto a convivere ancora una volta con le sue angosce e le sue delusioni. Sebbene si tratti di un classico espediente per fidelizzare il pubblico al brand e prepararlo ad una terza stagione, ci si poteva aspettare qualcosa di più da una comedy che ha l’indiscutibile pregio di distinguersi dalla massa e di rifuggire dagli stereotipi di genere. Master of none resta un prodotto interessante, godibile e caratterizzato da un’indubbia eleganza formale, ma questa seconda stagione non porta nessuna significativa novità rispetto alla passata incarnazione, limitandosi a riproporre una visione autoriale della comicità che si mostra tuttavia capace di indagare il dramma generazionale dei trentenni di oggi in crisi di certezze e di identità.

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