ANALISI E CRITICA TELEVISIVA AD ALTA DEFINIZIONE

TIN STAR

LA VENDETTA COME UNICO RIMEDIO AL DOLORE

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Non siamo un Parental Control. Non lo siamo, lo abbiamo ripetuto più volte.

Non classifichiamo le serie televisive in base al numero di scene di forte impatto visivo. Questo semplicemente perché non è più tempo di farlo, si finirebbe con l’avvallare la fiction di plastica costruita, tranne alcuni meritevoli casi, sul modello culturale della pornografia puritana: niente immagini scioccanti ma contenuti fortemente discutibili.


Oggi il problema è la visione, il sottotesto che gli autori, coscientemente o no, ci propongono, modelli di vita quasi mai corrispondenti al senso comune mettendo fortemente in discussione i nostri pilastri antropologici.


Stella di latta, Tin Star, il titolo della serie di produzione inglese in onda su Sky Atlantic, ci preannuncia il tema della sofisticata narrazione: non solo la legge è debole, di latta, ma lo è il bene nel contesto del destino umano. Nella storia, infatti, la vendetta viene presentata come l’unica soluzione per sopravvivere al dolore. Chi non si vendica soccombe come la madre di Simon/ Whitey. Lei non ha sparato a Jim quando ne ha avuto la possibilità, ha rinunciato alla vendetta e dopo, per il dolore, ha bevuto fino a ridursi un vegetale. E Jim ha trionfato, dieci anni dopo, uccidendo suo figlio diventato adulto.

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La serie inizia proprio con la pianificazione di un omicidio, Simon, diventato Whitey, vuole uccidere Jim per vendicare sua madre e per tentare finalmente di risolvere il suo insopportabile dolore interno, esploso nel giorno in cui lui li abbandonò. Ma Whitey, più volte, pur trovandosi nella possibilità di farlo, si ferma o un agente esterno gli impedisce di portare a termine il suo progetto omicida.


Ricordiamo velocemente il concept della serie.
Jim Worth è il nuovo capo della polizia di una piccola e tranquilla cittadina canadese. Si è trasferito da poco da Londra per sfuggire a un passato segnato da violenza e dipendenza dall’alcool. E non solo, ma questo lo scopriremo solo nelle due puntate finali della prima stagione. La presenza di una grande compagnia petrolifera sul territorio, rappresentata da una donna che si rivela peggiore degli altri, rompe l’incanto del luogo, la placida cittadina immersa in un magnifico contesto naturale viene investita da un’ondata di criminalità. Criminalità che tocca in prima persona la famiglia di Jim: il figlio di soli cinque anni viene barbaramente assassinato. Il bambino non era il vero bersaglio dell’attentato ma Jim.

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Ben presto scopriremo che l’attacco non è venuto dai dirigenti senza scrupolo della compagnia, pronti a uccidere per salvare i loro interessi milionari, ma da Whitey, arrivato lì in Canada per vendicarsi. Jim, dieci anni prima, in territorio inglese, aveva ingannato e sedotto sua madre durante un’operazione di polizia sotto copertura. Lui, ancora bambino, si era affezionato all’impostore credendo che potesse salvarli da un padre / marito violento e da un parentame di banditi. E ora Whitey si nasconde tra gli operai della compagnia per uccidere l’uomo su cui aveva riposto tutte le sue speranze.


Jim/ Jack, il doppio nome significa una doppia personalità che l’alcool scatena nelle sue forme più devastanti. Il clima di violenza in cui si ritrova fa emergere in Jim la parte peggiore.
A farne le spese è Anna, la figlia di Jim, che saputa la verità perdona Whitey e intreccia con lui una relazione sentimentale. Jim/ Jack non esita a uccidere il ragazzo e Anna, sebbene sia entrata in un’ottica di perdono e mai abbia dimostrato inclinazioni alla violenza e alla vendetta, spara contro il padre. Se Jim / Jack sia morto o meno lo sapremo nella seconda stagione.

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L’accostamento di Tin Star con Fargo è plausibile, tanti gli elementi esteriori e dinamici in comune. La poliziotta buona di stirpe indiana ( i suoi familiari vivono nella riserva ) ci ricorda le figure femminili della serie e del film, ma lei non incarna alcuna natura provvidente del bene. È una idealista e pure poco intuitiva.

In Fargo il male non ha l’ultima parola, in Tin Star.


Si tratta di capire se ci si voglia o meno inchinare di fronte a un capolavoro stilistico, Tin Star indubbiamente lo è, che usa le arti per diffondere un messaggio barbaro: la vendetta come unica arma per sopravvivere al dolore convertendo a questa logica anche Anna che aveva precedentemente perdonato il padre ricaduto nell’alcolismo, che ha perdonato Whitey per aver ucciso il fratellino dopo che il ragazzo ha mostrato uno straziante pentimento. Anche lei spara macchiandosi di parricidio. Che Jim muoia o meno sempre di parricidio si tratta.


Angela, moglie di Jim/ Jack, madre di Anna, è un personaggio che gioca, nell’ottica dell’odio e della vendetta, un ruolo importantissimo quanto subdolo. E’ spesso lei il vero mandante delle azioni più efferate, è lei a chiamare Jack il marito, a invitarlo a bere sapendo che poi dopo nessuno lo fermerà. Lei uccide il serpente che viene trovato nel giardino in una delle prime puntate. Il serpente è la forma del tatuaggio che ricopre tutta la schiena del marito: un simbolismo non da poco.

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Nell’ultima scena della prima serie, dietro il suo comportamento ambiguo, conciliante, non ottiene quello che voleva? Il suo sentimento di vendetta non era rivolto solo a Whitey ma anche a Jim stesso, per l’umiliante tradimento subito in passato. 

“E’ meglio vendicarsi che affrontare il dolore” lo dice il protagonista. Vendetta come legittima difesa, perché affrontare il dolore, senza vendicarsi, significa lasciarsi uccidere da esso, come è accaduto alla madre di Whitey.

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