ANALISI E CRITICA TELEVISIVA AD ALTA DEFINIZIONE

SUBURRA

LA CRUDA FICTION

 

di Gabriele Cheli

 

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C’era tanta attesa per la prima serie made in Italy prodotta da Netflix e la prova è stata superata a pieni voti.

Realizzata in collaborazione con Cattleya e RaiFiction, Suburra ha rispettato pienamente le aspettative, non sfigurando rispetto all’offerta internazionale della piattaforma online dove, a dir la verità, si trovano prodotti confezionati decisamente peggio (soprattutto tra le produzioni originali).


La qualità ovviamente non è al livello del film, ma convincono sia la scrittura, che ha regalato un plot denso e dei personaggi estremamente credibili, che la regia, asciutta e al servizio del racconto (un po’ meno la fotografia, visibilmente meno curata rispetto al lungometraggio). L’appeal internazionale è dato sicuramente dall’ambientazione, una Roma esaltata da inediti risvolti gotici. Non è solo la città abbacinante della Grande Bellezza (la Roma vera, per intendersi) ma anche una metropoli a tratti dark, molto notturna e coraggiosamente sporca.

Il cast è di tutto rispetto, dove oltre ad alcune certezze (Nigro, Gerini e Acquaroli su tutti) hanno ben figurato anche i tre giovani protagonisti che a parte il già rodato Borghi, sono praticamente esordienti.

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La storia raccontata è il prequel del film. Siamo nel 2008 (quindi tre anni prima) e vanno in scena fatti avvenuti nei 21 giorni - che sono anche il titolo del primo episodio - trascorsi tra l’annuncio delle dimissioni del sindaco e la loro effettiva entrata in vigore. In questo lasso temporale di virtuale anarchia, si concentrano le oscure manovre di loschi e potenti personaggi che bramano alcuni terreni sul litorale di Ostia. Un affare con tantissimi soldi in ballo, per il quale si scomoda oltre alla criminalità organizzata romana, anche le grandi famiglie mafiose del sud, gli zingari e poi politica e Vaticano.

 

La battaglia, burocratica ma anche armata, che si scatena per accaparrarsi la proprietà dei suddetti terreni, è il motore del plot e fa da sfondo al vero cuore drammaturgico della serie, ovvero la storia di amicizia di tre giovani criminali romani: Aureliano Adami, non ancora diventato il numero 8 visto nel film, il sinthi Alberto Anacleti, detto Spadino, e poi Gabriele Marchilli, spacciatore per i figli della Roma bene e figlio di un poliziotto.
Un racconto di formazione quindi, che inizialmente vedrà i tre protagonisti artefici di uno spietato ricatto ai danni di un prete, per poi arrivare a stringere un’improbabile amicizia, un rapporto più forte delle differenze sociali e culturali. Più forte anche dei legami famigliari dai quali i tre dovranno a poco a poco liberarsi, diventando finalmente adulti.

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Nel corso della serie, inutile negarlo, ci sono diversi dejavù rispetto al film, perché in fondo le forze in gioco sono le solite e quindi le possibili “combinazioni” limitate. Dallo scontro e l’intreccio di queste forze - tra ritorsioni, omicidi, ricatti, violenze e chi più ne ha più ne metta - scaturisce il plot. Era inevitabile che dei punti di contatto con il film ci fossero, anche se la serie spinge ancora di più nel raccontare la corruzione delle istituzioni e soprattutto quella della Chiesa. Se nel film si erano intravisti anonimi cardinali, avidi e pavidi, che nell’ombra di qualche biblioteca avevano “solamente” la colpa di non essersi opposti al male, per paura o per comodo, qui il Vaticano, almeno nei personaggi che a vario titolo lo rappresentano, è artefice come tutti degli orrori e dei crimini messi in scena.

 

Gli interessi personali dei rappresentanti di queste istituzioni, muovono la storia e sono al di sopra del bene e del male, mentre le sotterranee potenze in gioco si scontrano in un valzer di alleanze, doppi giochi, tradimenti..
Il risultato finale è avvincente e innegabilmente godibile, basta avere l’onesta intellettuale di riconoscere che quella raccontata non è la verità, perché se il mondo non è solo bianco, non è nemmeno solo nero. In un’arena in cui il più sano ha la rogna, risulta infatti un po’ straniante la totale assenza di riferimenti positivi.


I buoni sentimenti sono esaltati per sottrazione e in una totale aridità di affetti, va a finire che si empatizza con un personaggio (è il caso di Aureliano “Borghi”) per le lacrime versate sul cadavere di un cane, unico affetto sincero in un desolante quadro famigliare. Va anche bene così, drammaturgicamente funziona, basta non prendersi troppo sul serio e non pensare che la vita vera sia questa.
C’è tanto bene là fuori, basta scegliere di raccontarlo. Almeno un po’.

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