ANALISI E CRITICA TELEVISIVA AD ALTA DEFINIZIONE

 

MINDHUNTER

AGENTI FBI SFIDATI DALLA NUOVA CATEGORIA DEI SERIAL KILLER

 

di Simona Santoro

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Il diffuso fenomeno sociale dei serial killer è oggetto di studio della criminologia che indaga sui fatti criminali a partire dall’analisi del comportamento di soggetti definiti “socialmente pericolosi”, la cui causa può farsi risalire ai loro vissuti personali all’interno del nucleo familiare.

Questa è la trama della prima stagione televisiva di Mindhunter, un’accattivante narrazione sugli omicidi seriali scandagliata dall’indagine di due agenti speciali dell’FBI, Holden Ford e Bill Tench, coinvolti a studiare la condotta deviante di menti perverse che seminano vittime tutte al femminile in un contesto americano di fine anni ‘60 e inizio anni ’70.

L’agente protagonista, Holden Ford, ricalca il personaggio dell’ex agente dell’FBI, John Douglas, creato dallo scrittore Mark Olshaker e rappresenta il pioniere americano tra gli esperti che studiano il comportamento aberrante degli assassini. L’analisi del comportamento deviante dei serial killer trova uno spazio molto curato nella regia di David Fincher, celebre per la sequenza dettagliata con cui descrive gli omicidi seriali.

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Gli agenti dell’FBI, insieme alla psicologa Wendy Carr, docente universitario presso il dipartimento di scienze comportamentali, adottano la strategia di incontrare i detenuti e di intervistarli per comprendere il movente che li spinge a macchiarsi puntualmente del sangue delle loro vittime. Le interviste presentano un formale protocollo accademico, spesso infranto dall’agente Holden che, puntualmente, sottopone i suoi “clienti” a confronti a ruota libera, perché ritiene di riprodurre gli stati d’animo del “cacciatore” e le condizioni che lo inducono a “sacrificare” le proprie prede, una forma di ritualità che non fa sconti in materia di gesti abominevoli verso le vittime da “immolare”.

L’agente Holden si mette in gioco e media l’intervista con gli assassini fino al punto di infrangere le regole, con il suo linguaggio hard, per indurre i suoi “clienti” a rivivere scene di delitti e a rivelare le motivazioni che li hanno spinti a compiere gli omicidi seriali; una sorta di cliché che si potrebbe prevenire, e quindi evitare, e che la dice lunga riguardo al contesto della contemporaneità in cui prevale la percezione di una società insofferente e cagionevole a causa di una patologia alquanto devastante, identificata nell’assenza e nell’incompletezza relazionale, nella carenza di una reciprocità tra il sé e il mondo.

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La modalità con cui l’agente Holden conduce l’analisi di comportamento dei singoli casi non è condivisa dai suoi colleghi, né tantomeno dai superiori che si confrontano per un’eventuale rimozione dall’incarico. Tuttavia, il lavoro meticoloso degli agenti permette di giungere alla conclusione di classificare tali attori sociali deviati come serial killer. Si tratta di una conquista recente della criminologia che, alla luce dei fatti compiuti, interroga i suoi “pazienti” con il supporto di altre scienze, quali la sociologia, la psicologia, la medicina, il diritto, con l’obiettivo di prevenire l’atto brutale.

I casi esaminati nei 10 episodi sono sequenze inedite di un rituale inspiegabile che non lascia spazio a giustificazioni, se non nell’articolato intreccio di dinamiche alquanto inquietanti che scattano nella mente di chi varca la soglia dell’iniziazione a gesti disumani per carenze relazionali. Siamo davanti a nuove diagnosi senza precedenti a cui l’esistente si ribella nella complessità del mondo dove si insinua l’imposizione sottile di subire contesti drammatici e forme di violenza sin dall’infanzia, il che “deforma” la natura dell’esistente chiamato a vivere come essere in relazione e non come monade isolata.

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In tutti gli episodi, si respira l’atmosfera opprimente del penitenziario in cui gli individui reclusi, da predatori, diventano vittime di un sistema violento, le stesse interviste riflettono un tono indolente e sembrano quasi inutili, visto che non c’è nessuna via di uscita o di riscatto, tutto è già scritto, anche la pena di morte.

Se la questione rimane aperta e irrisolta sulla scena del film, tanto più nella realtà dove si cerca la risposta nelle linee guida della prevenzione in materia di criminologia. Sarà l’alleanza tra le diverse discipline antropologiche e sociologiche a combattere la piaga sempre più diffusa degli omicidi seriali, ma solo nella misura in cui gli esperti si prendono cura dello studio della personalità del soggetto killer senza lasciare il singolo caso a sentenze inamovibili che fomentano solo la cultura dello scarto, peggiorando così la situazione di chi è stato già segnato sin dai suoi primi anni di vita e, per questo, ha scelto di riprodurre un identico dramma con il rito di immolare la vittima di turno.

Interessante anche il percorso del protagonista e la volontaria  discesa agli inferi che interessa anche la sua vita privata. Alcune scene di forte impatto visivo hanno lo scopo di coinvolgere lo spettatore nella determinazione  dell'agente Holden a comprendere gli abissi del male. A differenza dei noti profiler di Criminal Mind, il protagonista deve farlo da solo senza una consolidata scienza criminologica.

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