ANALISI E CRITICA TELEVISIVA AD ALTA DEFINIZIONE

BRIGHT

UNA LUCE NELLE TENEBRE

 Di Gabriele Cheli

 

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Pare che Bright, con i suoi novanta milioni di dollari, sia il film più costoso mai distribuito da Netflix. Prodotto dalla Overbrook Entertainment di Will Smith, che praticamente si autofinanzia buona parte delle pellicole di cui è protagonista, il film è stato girato da David Ayer e scritto dal figlio di John Landis, Max (già autore di Chronicles).

Non è la prima volta che il regista si trova alle prese con un thriller poliziesco (End of Watch – Tolleranza zero) e nemmeno con un fantasy (Suicide Squad) ma è la prima volta, e non potrebbe essere altrimenti, che deve farlo nello stesso film. Bright infatti è il risultato di un intrigante crossover di generi, in sostanza quello che accade quando Bad Boys (sempre con Will Smith) incontra Il Signore degli anelli.

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Anche qui infatti il mondo raccontato è popolato dalle tre grandi razze delle saghe fantasy, uomini elfi ed orchi, solo che siamo a Los Angeles e il tempo del racconto è un presente (alternativo certo, ma pur sempre presente). Non ci sono quindi cavalli, armature, castelli ne spade, ma pistole, auto, moto e sullo sfondo lo skyline della grande metropoli della west coast statunitense. La magia esiste ma è bandita e l’FBI ha un reparto speciale che si occupa proprio di questo (l’Ufficio per gli affari magici).

Battaglie leggendarie e antiche profezie, bacchette magiche e incantesimi, oscuri signori e mitici eroi. Ma anche poliziotti corrotti, sparatorie e inseguimenti.


Sembra esserci tutto insomma, con entrambi i generi saccheggiati a mani basse, con la conseguenza però che il risultato finale è un coacervo di luoghi comuni e dejavù, che penalizza soprattutto il plot, troppo scontato e veloce in alcuni passaggi cruciali, rinunciando completamente a qualsiasi tipo di approfondimento.

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Le uniche cose che veramente funzionano sono le numerose scene action e la strana coppia di poliziotti protagonisti, due buddies stile Arma Letale, male assortiti e per questo drammaturgicamente efficaci: l’agente Ward (Smith) infatti è un padre di famiglia ad un passo dalla pensione, innamorato di sua moglie e di sua figlia, ma che economicamente naviga in cattive acque e per questo non può permettersi passi falsi. Uno insomma che ha tutto da perdere, a maggior ragione da quando si è ritrovato al suo fianco l’agente Jakoby, un orco mezzo sangue (per questo rinnegato dalla sua gente) pavido, ingenuo e maldestro - a causa sua Ward ha anche rischiato di morire ed è questo lo strappo da ricucire nel loro rapporto.

L’insolito poliziotto è stato inserito per una sorta di esperimento sociale, tra le fila della polizia di Los Angeles, soprattutto in risposta al razzismo che serpeggia tra le strade ed esplode ogni giorno in episodi di violenza.


In questa realtà infatti, gli orchi sono gli ultimi della società, che popolano gli angoli più bui e più sporchi della città, e vanno in giro in abiti risicati (per loro) da rapper di periferia, oppure si radunano di notte in locali underground dove si suona musica hardcore, che più hard non si può. Sono emarginati ed outsider insomma, ai quali si contrappongono gli elfi, esseri superiori che occupano le posizioni di maggiore rilievo nell’alta società.


Gli orchi sono però in attesa del loro riscatto, legato ad un’antica profezia. La leggenda vuole che duemila anni fa (sì proprio duemila) abbiano scelto il male dopo la sconfitta dell’eroico orco Jirak.

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Si capisce molto (troppo) presto quindi che con Jakoby il mito potrebbe tornare a vivere, con tanto di profezia clichè di un barbone poliglotta, che sembra uscito da L’esorcista, e di surreale resurrezione a metà film.

Troppo dire che il mostruoso protagonista incarni una seppur ambigua figura cristologica? No, non è troppo.


Anche perché Jakoby, sebbene il suo sangue e le sue sembianze dicano il contrario, nei fatti sembra davvero il più buono di tutti. L’orco più magnanimo della storia probabilmente, insieme a Shrek (che pure viene citato nel film). L’unico tra i personaggi veramente idealista e capace di gesti di generosità autentica e gratuita, che stridono con la mostruosità del suo aspetto. La sua bontà d’animo però va a braccetto con un’ingenuità disarmante. Non è un bravo poliziotto, non sa sparare, non è particolarmente intelligente. Il messaggio, un po’ subdolo, sembra: essere buoni è da stupidi. Ma si capisce, e ci si augura, che prima della fine l’orco gentile avrà un suo riscatto.


Al suo fianco invece un poliziotto in gamba, un super agente, che però è ormai un ex buono, uno che ha mollato, e anche se combatte ancora per il bene (o meglio, per la legge) ormai fa le cose solo per convenienza e facendo calcoli. Al punto di accettare di tradire Jacoby pur di mettere in salvo il posto di lavoro.
“Io ero come te, pensavo di poter cambiare le cose” dice Ward al suo collega in uno dei momenti di maggiore tensione. Questo, umanamente, è l’abisso che li separa. Il conflitto tra i due insomma è settato, anche per i già annunciati sequel.

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